jane, la volpe & io di isabelle arsenault e fanny britt

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9788804637257-jane-la-volpe-iodagli 11 anni in su. è bellissimo ma doloroso. come ogni ricerca di se stessi. a scuola, isolata dalle altre, sempre più belle, più magre, più tutto finché un giorno qualcosa cambia. parallela c’è la lettura di jane eyre che è un rifugio sicuro dove perdersi ed escludersi dagli altri e che fa sempre sperare, nonostante tutto. è un libro illustrato. le pagine che parlano per helene sono monocromatiche, quelle di jane eyre colorate. sembra che la vita vera sia quella di jane. prima di regalarlo a scatola chiusa a qualche vostra nipote (concedetemi di dirvi che non è un libro per tutte le ragazze) sistematevi in libreria e prendetevi 20/30 minuti per leggerlo. così diventerete anche voi ladre di libri. o passate in biblioteca. potrebbe essere anche un’arma pericolosa e a doppio taglio, usatela con cognizione di causa. la mamma di helene è single con tre figli, ha amici e pare che faccia di tutto per far star meglio la figlia, ma non abbastanza perché la gestione non è facile. non ci si parla, come potrebbe essere facile.  con questo libro sono tornata nel mood da maestra. primo giorno di leggera agitazione in vista del rientro in un ambiente non sconosciuto ma comunque nuovo, come sono nuova io e molto cambiata da quando 4 anni fa mi hanno assegnato ad un’altra scuola.

LIBERTAD! -l’amore e l’impegno, l’arte e la politica, i drammi e la leggerezza nella parigi degli anni trenta- di dan franck

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libertadsono monotematica. lo so. abbiate pazienza.

libro bellissimo. no romanzo. no storielle. tante fonti dichiarate che son subito diventate stimoli. il fermento e l’impegno in/per la guerra civile spagnola è forza centripeta delle pagine. la vita a parigi nonostante tutto. 350 pagine di vite vere che conquistano più di qualsiasi altro romanzo. non faccio i conti con hemingway (“il giorno era così bello, che sembrava ridicolo che qualcuno potesse morire”) neanche qui, la resa è solo rimandata. ritrovo capa e piango con lui per gerda taro, saluto cartier-bresson, abbraccio picasso e di più dora. dalì e gala mi coinvolgono ma non posso fare a meno di aver in mente il trittico a espansione matrimoniale fra lei, paul éluard e max ernst, accumulando però più tenerezza per il primo. sia messo agli atti che è possibile -ed è una sensazione straordinariamente surrealista- provare tenerezza per un surrealista. frivola gala, me l’immagino pazza come un cavallo ma in grado di tener le redini di dalì. bunuel segue a tiro la carovana e parte per gli states. ancora a parigi con solo vaghe percezioni della guerra in spagna anais nin e henry miller. i miti son tutti lì: vicini e non lo sanno. e non sanno cosa li attende, purtroppo.

poi incontro clara malraux, e mi sa che diventeremo grandi amiche.

“è piacevole essere intelligenti. si piace agli uomini intelligenti”

F come parigi

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disegno-di-lettera-f-alfabeto-da-colorareF come fiori, ovunque, che mi hanno riempito gli occhi di continuo. che non sono gli stessi che si trovano qua perché da sfondo hanno parigi e gridano eleganza ovunque. fiori anche per entrare al père-lachaise, avvolti in carta semplice e rossi. perché glieli avevo promessi. a monsieur. nei giardini, nei negozi, nei caffé, dappertutto, non sono mai troppi. messi in vasi semplici a farsi guardare. abbandonati sui davanzali chissà da chi, mi hanno raccontato di incontri saltati, di appuntamenti mancati e di delusioni. F come 27, rue fleures dove madame stein riceveva e alice faceva i biscotti e sopravisionava tutto, pur sedendosi con le donne, in parti decentrate rispetto a gertrude, centro di tutto, deus ex-machina in quegli anni.  

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F come flânerie gourmande. avevo tutta una serie di dritte fidatissime su cui poter contare, testate da chi sa. ma non erano mai nei paraggi quando ci servivano. ci siamo seduti al sole, in posti belli, quando un cameriere ci ha sorriso per caso, dove si poteva guardare il flusso delle persone, che qualche volta ha avuto la forma di un flusso di coscienza. ci siamo fidati del naso che da sempre abbiamo per trovare posti dove prima di tutto vogliamo stare bene e non solo mangiare come si deve. sono più propensa a perdonare un mediocre pranzo in un posto delizioso che una grande esperienza gastronomica in un posto empaticamente sterile. delusione maxima au petit fer à cheval, nel marais: ho voluto ostinatamente aspettare che si liberasse un posto sulla strada, vino buono ma atmosfera pessima. si mangia bene ovunque e senza spendere follie, vale sempre la regola ferrea di fuggire a gambe levate da tutti i cacciatori di clienti che offrono il menù a prezzo fisso per strada invitandovi a sedere e di entrare invece al volo dove ci son colletti bianchi in pausa pranzo. il sogno è trovare alta ristorazione nei musei. un posto segreto l’abbiamo provato grazie ad un suggerimento prezioso (a un tiro da notre-dame): foie gras, formaggi, crème brûlée e tutti gli altri comandamenti in mano ad un uomo solo con i super poteri da cuoco, da cameriere calmissimo con la possibilità di dire no a gente che non gli piace e darci mezz’ora (rispetto alla prenotazione) sorridendo complice per andarci a bere un pastis guardando la senna.
F come femen in 20 minuti di delirio, caos, polizia in quantità esagerata e queste incazzatissime femmine fisicatissime e potentissime. chéri si è buttato nel mucchio con i fotoreporter finché la polizia non si è occupata anche di loro. il resto, dida compresa, del pubblico -non pagante- senza nessuna voglia di prenderle se n’è stato buono a cercare di capire, senza peraltro nessun risultato utile.

IMG_6113IMG_6105IMG_6133image credit (femen): chéri

alfabetiere parigino: A B C D E

E come parigi

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come tour EIFFEL, madame eiffel. chi altro poteva?! simbolo e stereotipo parigino per definizione. anche se non volete averci niente a che fare ve la ritrovate fra i piedi. ci siamo capitati per caso e quando è sbucata -come dal niente, davvero- non ce l’aspettavamo. non ci siamo saliti, non volevamo, ma anche se fosse stato il contrario era impensabile sopravvivere alla fila infinita per tutte le ascensioni, anche quelle a gradini. grazie a un libretto che dà almeno 101 dritte -101 cose da fare a parigi almeno una volta nella vita di sabina ciminari- abbiamo passato il trocadero e ci siamo infilati nel cimitero di passy, sulla sinistra dando le spalle alla torre. se poi la volete vedere illuminata -aspettate il buio- dalle 10 allo scoccare dell’ora diventa isterica e luccicante. noi ce la siamo goduta dalla terrazza del pompidou. quand’ero piccola a casa girava una tour eiffel di metallo alta 20 cm credo, non so che fine abbia fatto, forse l’hanno eliminata i miei dopo che l’ho trasformata in corpo contundente in un tentativo di pestaggio ai danni di mia sorella. non so. però è sparita. comunque lei è lì, ci passate vicino, sotto, la leggete, cercate di metterla intera nelle fotografie, vi fate i selfie e dite “adesso sì! sono a parigi”. poi allontanatevi camminando e fatevi tornare in mente un bel film le promeneur du champ de mars (le passeggiate al campo di marte) e il presidente mitterand che continuo a ricordare nei telegiornali della rai dell’epoca dietro una scrivania con il tricolore francese accanto e immaginare mentre -nell’ultimo pasto prima di morire- si mangia due uccellini prelibati annegati nell’armagnac (leggetevi nel giardino del diavolo. storia lussuriosa dei cibi proibiti di stewart l. allen)

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alfabetiere parigino A B C 

D come parigi (omaggio a dora maar)

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prescrittura-d-corsivoD come dora e deux magots. il 10 aprile 2004 ho trovato in una libreria al mare un libro che mi son divorata in qualche giorno di quel mese fresco: picasso e dora di james lord ed. rosellina archinto. è un libro del 1993 scritto fitto fitto, c’erano almeno dieci copie, a metà prezzo, buttate in un cesto. la libreria sapeva di umido, forse era uno dei primi giorni di apertura della nuova stagione. aveva dei volumi fantastici ma non teste abbastanza fine intorno. sfogliandolo adesso ho trovato una viola fra le pagine, lì da almeno dieci anni, di quelle gialle. l’ho messa io di sicuro. ha anche sporcato le pagine. ero con f. , ho ancora le foto di quella giornata da qualche parte, io su un’altalena sulla spiaggia, con il mare dietro, agitato come me in quegli anni di labirinti senza uscita. così credevo.
DSCN1884primo incontro con lei vedendo i ritratti che le ha fatto picasso: la donna che piange, non a caso. ma dora non è stata solo la sua amante: era fotografa, pittrice e surrealista. forse la sua più grande disgrazia è stata incontrare lui a les deux-magots, presentati da paul éluard (che ha scritto questo « sur mes refuges détruits/sur mes phares écroulés/sur les murs de mon ennui/ j’écris ton nom » e sembra fatta su misura per dora). centinaia di pagine raccontano di lei (anche geltrude stein in picasso, anche françoise gilot in vita con picasso) 

tumblr_m6r746Y5ZD1rntkg5o1_1280lei mi è entrata dentro, più delle altre amanti di pablo, donne di cui comunque ho letto tutto quello che ho trovato. di dora a parigi ce n’è. in giro per musei la trovate sempre, che piange, bellissima e soggiogata, nonostante la sua immensa personalità e attività politica e artistica trattata male, umiliata e terrorizzata. pellegrinaggio indispensabile ai deux-magots. trovata anche nella biblioteca ideale di cartier-bresson, nella sua monografica. e portata a casa, in francese, lo rispolvero, che serve sempre: dora maar prisonnière du regard di alicia dujovne ortiz -le livre de poche 2003-. mi è rimasta molto in testa la vita che ha fatto dopo picasso, sostituita da una giovanissima françoise gilot, depressa e chiusa in una casa (6, rue de savoie, paris) dove tutto parlava di picasso -anche gli insetti che lui aveva dipinto sui muri- ha una conversione religiosa «après picasso, il ne reste que dieu». era bellissima, elegante, femminile e suadente. le foto in sequenza di guernica che si forma per diventare capolavoro sono sue. l’ho trovata poi a venezia a luglio di quest’anno, a palazzo fortuny, con le sue foto e con un solo suo ritratto firmato picasso che si mangiava letteralmente tutte le sale dell’esposizione, così da morto nei quadri, figurarsi vivo dal vivo cos’era capace di devastare. è morta a parigi ma non c’è rimasta, prima o poi andrò a salutarla al cimetière du bois tardieu a clamart. qui sotto, ultima a destra, dora. una come noi, potrebbe esser stata scattata stamattina.

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per leggerla:
le amanti di picasso di paula izquierdo
dora maar -fra le muse di picasso- di brigida di leo
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ora maar -prisonnière du regard- di alicia dujovne ortiz (in francese)
picasso e dora di james lord
dora maar senza picasso di mary a. caws
io, dora maar. la mia passione per picasso di nicole avril
dora maar. nonostante picasso di victoria combalía (catalogo della mostra di venezia palazzo fortuny 2014)
dora maar di victoria combalía (in spagnolo)
in una parte di malamore (esercizi di resistenza al dolore) di concita de gregorio

alfabetiere parigino A B C

C come parigi

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chanel-logocome chéri e come colette, come chanel e come rue cambon 31, come cartier e chartier, come cafe, come crepes. non potevo non portare chéri a trovare colette. una tizia cha passava davanti a colette al père-lachaise mi ha chiesto lumi su di lei, altro che noviziato! colette c’era ogni volta che per strada chiamavo chéri e si giravano in 15. ultimo giorno, sotto la pioggia e col freddo direzione rue cambon 31. ok, ai più non dirà niente: casa o meglio, appartamento di rappresentanza di coco chanel e prima boutique.DSCN2356

IMG_6390quasi impossibile da visitare la casa (immagino che supplicando con 2000 mail e facendo in modo di sfumare piangendo l’inchiostro nel times new roman vi concedano di visitarla), in negozio si entra, non lasciano nessuno fuori (son boutique di lusso, non son mica le commesse di zara che ti guardano come se fossi lì per disturbar le loro chiacchiere). chevvedevo dì io mi son commossa fuori misura, non IMG_6382avrò mai la possibilità di vestirmi chanel ma: vedere LA scalinata, il numero 31, rue cambon sul muro, le vetrine che parlavano di lei, ho potuto solo ringraziare la mia capacità di astrazione che me l’ha fatta scorgere sul marciapiede, in arrivo, a passo veloce e con 7 giri di perle dal ritz. documentatevi, non fermatevi alle pubblicità patinate sulle prime pagine delle riviste o, PEGGIO, al libro di signorini: trascurabile il mondo di coco chanel , bello e inquietante a letto con il nemico, dettato direttamente da coco il libro di loiuse de vilmorin, imperdibile la biografia scritta da henry gidel edizioni lindau. la mia parigi è anche chanel.

DSCN2120c come chartier che non ha meno fascino di cartier. se avete fame andate lì, non è uno stellato michelin e probabilmente c’è anche di meglio appena dietro l’angolo ma il posto è straordinariamente ben conservato, resta inchiodato alla fine dell’800 e i prezzi sono molto buoni. all’entrata sulla sinistra ci son dei cassettini a muro, di legno: i clienti abituali ci mettevano le loro posate! se siete in due dovete fare amicizia con i vicini di tavolo e condividere pane, acqua e anche vino se c’è feeling. IMG_6308noi ci siamo stati due volte: la prima vicino ad una coppietta francese giovane e innamorata, se ne sono stati per i fatti loro. la seconda volta con una coppia di tedeschi sbronzoni ci siamo divertiti tanto e con lei ho condiviso il mio dolce. la tartare era molto buona. ebbene si, io mangio carne cruda spesso e volentieri. il menù è su un foglio stroppicciato da tanti altri prima di voi, i camerieri fanno tutto a memoria e il conto ve lo calcolano a penna sulla tovaglia di carta. sono organizzatissimi, IMG_6446le persone si incastrano al millimetro e anche se c’è coda per entrare non desistete. usate le cappelliere, son lì per un motivo e non arriva nessuna hostess a sistemarvi nulla. c anche come camerieri che (tranne uno giovane isterico e mestruato in non so che caffè) son sempre stati gentilissimi. a differenza nostra (caffè con prezzi esponenziali in centro città), un caffè in rue rivoli al tavolo costa 1,50€. fortunati? mah.

c come cafe. a voi la scelta: ce ne sono millemila. per noi quelli storici che hanno tenuto il nome con le unghie e con i denti. per quello che rimane di chi un secolo fa ne faceva suo quartier generale. resta il nome, magari la gestione non è neanche più francese, ma non ero l’unica a cercare quel che rimane, poi ognuno vede quello che vuole vedere, anche nella tazza di un caffè. senza fondi. che tanto a noi non servono per vedere il passato.

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DSCN2123c come crepes (che son dolci) perché se son salate si chiamano galette. vado sul salato con formaggio di capra, prosciutto e qualche altra cosa. si mangia in piedi e per strada, le fanno al volo e scegliete voi che ingredienti mettere. diffidate dai posti dove le hanno già fatte e impilate una sopra l’altra in attesa di esser farcite, fermatevi da due ragazzi bellissimi con camicia bianca e cappello che hanno costruito la loro cucina mobile su telaio e carrozzeria di una vecchia vecchia automobile (fra il gran palais e gli champs-élysées a fianco di gucci) e se non c’è una panchina, il prato va anche meglio per sentirsi più parisienne.

alfabetiere parigino A B

B come parigi

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Bcome beaubourg: arrivati con una pioggetta d’aprile, comme il faut. sul grigio il beaubourg sta che è una meraviglia: tubi blu per l’aria, verdi per l’acqua, gialli per elettricità, rossi per gli ascensori. il museo da cui partire: racchiude una meravigliosa summa di tutto quello che interessa a me: un antipasto goloso e imponente di arte moderna e contemporanea (a me tutto da fine ‘800 e avanti per 60 anni). tanto per darvi una dritta utile, se volete vedere qualche museo conviene farsi il paris museum pass se non altro per evitate code infinite e conseguenti perdite di tempo. si rischia davvero di farsi ore a passettini di avanzamento a sentir le chiacchiere degli italiani con lo zainetto invicta giallo e blu e le hogan ai piedi… per entrare in musei in cui, diciamo le cose come stanno, si entra perché SI DEVE FARE A PARIGI, visto che il 97% dei turisti non credo siano fini intenditori di arte minore francese della prima metà del XVII secolo. decidete cosa volete vedere e perché e non trasformatevi in zombi tra le sale solo per dire di esser stati al louvre: è un museo di dimensioni epiche, difficile, lungo, lento, complicato, poco coinvolgente e concedetemelo a tratti molto noioso e stancante e (e chiudo) non capisco il motivo di DOVERE andare in un posto mitico se poi devo uscire con la bava alla bocca solo per aver cercato la gioconda, averci fatto il selfie di tutti i selfie (noi fatto!) aver detto quantagenteecom’èpiccolacredevofossepiùggrande e le sale dov’è stato girato il codice da vinci (non mi invento niente).

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IMG_6006ma qui siamo al beaubourg: prendetevi tutto il tempo che vi serve per leggere le pagine delle riviste aperte su un articolo solo e per immaginar le pagine che non potrete mai leggere se non volete sfondare i vetri allarmati. mi son inchiodata incantata davanti ai matisse (estremo tradimento carnale durato un paio d’ore, come tutti i tradimenti carnali) a discapito di picasso e ho guardato con aria complice i quadri di tamara de lempicka perché so che è stata al vittoriale più di una volta da d’annunzio e non ha solo cenato. è inutile che neghi dai quadri. non può. all’ultimo piano ristorante per sere romantiche, dichiarazione di amori eterni (finché durano) con -testimoni- camerieri in smoking bianco e rose rosse sui tavoli. ma si può pascolare e guardare madame eiffel che di notte perde il suo luccicare per diventare isterica, come fanno tutte le prime donne. in serale noi ci siamo goduti una monografica di henri cartier-bresson in silenzio, con calma e con pochissima gente: NON SOTTOVALUTATE DI SFRUTTARE LE APERTURE SERALI DEI MUSEI E DELLE ESPOSIZIONI.

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IMG_6017b come brancusi: non visto perché il suo atelier (di fronte al beaubourg) è stato chiuso per una settimana senza tante spiegazioni, altro motivo per tornare. potere ipnotico che ha su di me: la perfezione delle linee e la voglia di toccarle che mette a dura prova il mio rispetto per tutto quello che è esposto.

b come belville obbligatorio per i fan di monsieur malaussène, non li ho letti, ma ci sono tutti i luoghi e pennac nascosto su qualche balcone. un caffè bellissimo, mescolati alla parigi di ogni giorno e lontano anni luce dalle luci della ribalta. mercati colorati e lokum da mangiare con le mani sporche e impregnarsi di zucchero a velo ed essere catapultati a quelli di sarajevo.

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mantenete tutti i segreti che riuscirete a scovare a parigi.

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b come baguette. se vedete fila fuori da una boulangerie fermatevi, prendetene subito due perché la prima la finite a morsi selvaggi e con la seconda potete farvi la foto mentre la portate sotto braccio e poi finirla a morsi selvaggi. foto fatta! perché la mia truppa adorata mi aveva chiesto: 1. la foto della tour eiffel (facile) 2. la foto della maestra dida con una baguette sotto braccio (facile) 3. la foto di un cameriere con i baffi di nome gustave. (meno facile)

alfabetiere di parigi: A

A come parigi

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parte l’alfabetiere parigino, perché parigi mi ha riempito totalmente e non riesco a fare un post unico. a distanza di tre mesi ho ancora la testa come un flipper e non riesco a far ordine, come in 3/4 delle cose della mia vita. l’alfabetiere (son maestra che ci posso fare, deformazione professionale…) non è un raccontare, non è un diario di viaggio, non è una guida turistica posso allungarmi e dilungarmi come mi pare collegando tutto quello che le sinapsi mi suggeriscono. ho aspettato anni prima di arrivare a parigi e quando ci sono arrivata non c’era niente di nuovo, ho avuto la sensazione di conoscere già strade e posti, probabilmente dimostravo sicurezza perché in diversi si sono fermati a chiedermi indicazioni, la cosa ridicola è che gliele ho sempre date! ho passato anni a leggere di parigi, del periodo d’oro, degli anni ’20, dei caffè, di chi ci andava, di chi ci stava, di chi ci moriva, della vita, di scrittori, di pittori, di galleristi e di modelle e una volta arrivata ho usato una scorta infinita di capacità di astrazione per amare -ancora di più- infinitamente una città che non avevo mai visto. ho camminato a caso. ho perso tempo, non ho visto metà delle cose che erano in lista, ho lasciato fuori librerie e biblioteche, negozi, ristoranti e pasticcerie, mi son fermata mille volte davanti ai mazzi di fiori, ad un campanello, alle targhe appese ai muri che hanno unito i puntini di un gioco enigmistico che mi ero costruita in testa da 0 a 1000.

lettera-aA come alice prin alias kiki de montparnasse alias la regina di montparnasse.
siamo arrivati a montparnasse stanchi morti, in metrò. sbucati nel carrefour con la rotonde, le select, quel che rimane de le coupole e le dome. tutti vuoti e con le insegne che si stavano accendendo. ostriche da poter imagesprender [huitres a emporter] e portarsi via con una bottiglia di champagne, due bicchieri e un paio di limoni per andar a far pic-nic da qualche parte, magari davanti all’hotel istria rifugio di artisti (come illumina la targa per i non edotti) e brindare a man ray e kiki che non immaginavano di diventare mito e musa per fotografi e curiose vintage (come me). nessuno avrebbe avuto nulla da ridere. [caso vuole che a due passi da casa a villa manin di codroipo -udine- da settembre ci sia un'esposizione di man ray e che kiki sia ovviamente sul manifesto ufficiale]

DSCN2390ci siamo infilati nel cimitero di montparnasse (1824), a quasi orario di chiusura, con i parenti di un funerale appena celebrato sul portone e un guardiano che aveva tantissima fretta di andarsene: gli ho chiesto dov’era sepolta kiki, mi ha risposto “chi è kiki?” da ucciderlo, lentamente e con atroci torture. la musa, ritratta da decine di pittori, pittrice a sua volta, desiderata e amatissima lui non la conosce e io non l’ho trovata. quel giorno lì non l’ho trovata, ma è solo rimandato l’appuntamento perché ci sarà un autunno di quelli gialli e rossi e avrò altro tempo per cercarla e trovarla. non son riuscita a trovare neanche baudelaire e man ray, ti indicano la zona con coordinate che son troppo generiche e purtroppo c’è pochissima manutenzione, poi è suonata la sirena e l’orrendo custode col suo berrettino inutile ci ha sbattuti tutti fuori. DSCN2391non ci son colline come al père lachaise, è tutto un piano, un grande prato di amici. non ci posso far niente, son andata a cercarli tutti, nei cimiteri e nei musei, per sapere che son esistiti davvero e che non sono solo sui libri. deviate astrazioni. è strano da spiegare, lugubre per qualcuno, ma non voglio parlare di turismo funerario, è incontro, rispetto, ricordo, è non dimenticare, è esser legati a persone e luoghi, a storia e storie che mi hanno tenuto compagnia nelle pagine e che mi hanno portata nel loro mondo, nel loro tempo con i loro modi. sarà per questo che entro sempre completamente nelle biografie che leggo.

DSCN2384montparnasse ha perso più di qualsiasi altro quartiere e zona di parigi l’antica allure, pochissimo è rimasto, ho sentito molto poco e ed è stato il posto che più mi ha deluso, quell’orrenda torre montparnasse pubblicizzata ovunque è un fastidioso pugno nell’occhio e come dicono i parigini “l’unica cosa buona è che quando ci vai sopra non la vedi”, vero. d’altra parte non credo sia possibile riuscire a mantenere lo charme dei primi del ‘900 in una città fagocitata da milioni di visitatori, solo la mia sperimentata capacità di astrazione l’ha fatto il più delle volte, ma qui ha fallito miseramente.

se volete leggere le memorie di alice alias kiki qui un librino scritto (dettato) da lei.

lettera-acome amélie de le fabuleux destin d’amélie poulain perché, sarà commerciale quanto volete, ma quando a montmartre son passata davanti al suo caffè e non ho capito subito perché mi era così familiare e poi ci sono entrata: i poster e i nani non mi hanno lasciato scampo e un grande sorriso me l’hanno fatto fare. camerieri discutibilmente educati e tanti parigini e far colazione. giapponesi che si coccolavano davanti al nano ma nessuna traccia della tabaccaia. il sacro cuore non è bello come quando ci è stata amélie. quel giorno pioveva una pioggia leggera e i colori dei fiori e dei dolci erano più belli. DSCN2418

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venezia è un pesce di tiziano scarpa

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delizioso libretto da leggere se per venezia non siete dei novellini, anche se nasce come una guida io mi ci son accoccolata dentro e, di nuovo a venezia come cicerona, ho seguito tracce, orme e onde, tante onde. è vero, la bellezza sta ovunque a venezia e i veneziani devon esser abituati (istruzioni per difendersi dalla bellezza), ma devono avere anche le palle strarotte a sentir quello che si dicono/commentano fra loro i gondolieri da una gondola all’altra con branchi di orientali ad arraffare di tutto solo con le lenti e non con gli occhi. o i camerieri che pare non ne possano più di portar cappuccini e organizzare i doppi prezzi fra turisti e non. perché a venezia è così, o siete dei loro o siete turisti: stop. venezia è un pesce è libello diviso in piedi, gambe, cuore, mani, volto, orecchie, bocca, naso, occhi, libri, coda. 

mia personalissima venezia è un pesce:

piedi – ha piovuto tutta la mattina, fin quasi le due. alla faccia delle previsioni che davano sole. sandaletto e piedi sporchi luridi, da buttare in acido muriatico. ma poca gente soprattutto nelle prime ore. trattati sociologici si potrebbero scrivere solo sulle calzature usate nelle calli.

gambe – quello che ti serve con i piedi, altrimenti difficile, anche se lo scorso anno mia cuginetta made in usa se l’è fatta con gamba rotta, stampelle e sedia a rotelle portata dai fratelli e usate in emergenza. avventura epica di collaborazione e famiglia (a cui non son abituata): su e so pei ponti.

IMG_5038cuore – il mio, mi innamoro ogni volta e, anche se non riesco più a perdermi come una volta, mi colpisce al cuore sempre. il primo ricordo che ho di venezia: io piccola in piazza san marco con un vestito azzurro ricamato a fiori che mi piaceva tantissimo, sandali bianchi con gli occhietti davanti e calzettini con il pizzo. ogni volta mi rivedo lì a 7/8 anni schifata dai colombi co le mani dietro la schiena e i piedi storti.

DSCN8388mani – la zampata di possesso di questo qua sul ponte di rialto per foto da fare vedere agli amici su facebook. mia la bionda, mio il culo, mio rialto.

10481157_10152361149768821_141680503_nvolto – più di uno. scegliete voi. come vi piace. a me piace senza passare per piazza san marco, senza luoghi comandati, senza negozi. se però dovessi scegliere un volto solo, sarebbe quello di peggy -guggenheim-, palazzo dei leoni, mio personale luogo dell’anima, così li chiamano. persa nei pollock che mi entrano nella pancia come quando sento un bandoneon suonare dal vivo e odio per l’ulivo: l’albero dei desideri -regalo di yoko ono- piantato in giardino. la detesto, poco da fare. tanto quanto adoro peggy. equilibri ci sono, basta provarli. fra tutti: quelli di calder: orecchini, testata del letto e capolavori che oscillano dal soffitto. perfetto giocare a stare su un filo e camminare in equilibrio (se cado sotto c’è l’acqua del canal grande).

orecchie – tapparsele spesso e volentieri. venezia senza audio è più bella. da provare con colonna sonora da scegliere con meticolosa attenzione. le parole sono importanti: ne basta una fuori posto per disintegrare un sogno, poi quando cercate di ricostruirlo mancherà sempre un pezzo.

DSCN8390bocca – mangiare e bere a venezia. uscire da percorsi tracciati per trovare cose belle, inutile chiedere info su “posti non turistici”. cercateveli, se esistono. provate. passate oltre, fermatevi dove vi piace e vi trattano meno peggio. io ne ho trovati bellissimi, buonissimi e trattata bene. ci sono esistono. e non sottovalutate i mercati e i fiori freschi sui tavoli. mai.

375676_10151537785598821_281600939_nnaso – all’insù. non limitatevi allo sguardo altezza uomo. venezia ha livelli diversi. mio naso all’insù a caccia di alberi. è piena di giardini segreti che non son mai riuscita a vedere. fiori e pennacchi verdi e (ancora meglio in autunno) gialli e rossi bucano cieli e limitano sguardi. ci sono anche platani che fanno da porte ai piccoli che giocano a calcio. riuscite a scorgere anche qualche soffitto e i lampadari, si immagina siano impolverati e vecchi, soffiati lì vicino.

occhi – quelli che si tiene in mano santa lucia tanto da lì si deve passare: dalla sua stazione, la porta di venezia se non avete barche. fate due passi e arrivati alla scalinata un sipario si apre e vi si schianta addosso. dove una volta c’erano una chiesa e un convento adesso c’è solo il nome  della santa e i binari tronchi, manca il binario 20 fra il 19 e il 21.

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libri – le giornate passate alla marciana per la tesi, in un autunno di acqua alta, 1997. triste, sola e preoccupata, in un periodo di non felicità, avevo fretta di attraversar venezia e tornare a casa, usavo il vaporetto per fare prima, sbagliavo e prendevo quello lento, canal grande col freddo, al buio, bellissimo e tutti i giapponesi in viaggio di nozze che escludevano tutto il resto del mondo, arrivavo in stazione e regolarmente il treno mi partiva sotto agli occhi, e io piangevo. mi sarei lanciata sotto una lancia. degna conclusione: farla finita a venezia con buona pace di quel mona di marin sanudo che era nella mia tesi, fatta malissimo peraltro.
ancora libri. libreria acqua alta. cercatela. solo a venezia poteva esistere un posto simile. con il gatto giusto e il fantasma di corto che si perde per le sconte e, sicuro, passa di lì. e tonnellate di titoli. incanto distillato. 

coda – 1987 in coda con mia mamma e mia sorella per entrare a palazzo grassi a vedere arcimboldo. da lì niente è stato più come prima. poi me li trovo davanti a vienna e a parigi, per una triangolazione mistica.

foto mie.

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