SOTTOMISSIONE di michel houellebecq

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SottomissioneCopertina

alla fine houellebecq è tornato. quello di piattaforma, quello delle particelle elementari (libro che ho infinitamente amato). lo aspettavo dopo la carta e il territorio, non piaciuto, preso come un tradimento. quell’autore che dovrebbe essere detestato da tutto il genere femminile ma che non posso fare a meno di cercare, leggere e decantare. non posso neanche fare a meno di esser convinta che il personaggio maschile dei suoi romanzi sia sempre lui. mi sembra quasi che debba scontare il suo riconoscersi in quegli uomini viscidi, -teoricamente- inavvicinabili, descrivendosi e offrendosi, facendosi scoprire per non avere l’ansia del momento in cui sarebbe comunque scoperto, facendosi leggere: “ecco sono io”.

trama: in una francia che elegge il primo presidente di un partito islamico la società cambia in modo evidente da subito. un professore solo, solitario, estremamente colto e acuto scende a patti.

uscito una settimana dopo i fatti di parigi dello scorso gennaio, houllebecq più che visionario è una novella cassandra. il libro è scritto meravigliosamente e il futuro della francia (ma anche il nostro) che racconta, non mi pare così tanto inventato. il suo alter ego, un prof universitario, prima scende a patti per poi accettare una conveniente, ponderata sottomissione che gli eviterà una solitudine data per scontata per 200 pagine. come gli altri maschi dei suoi romanzi françois, studioso di huysmans, non si dà a niente e nessuno nella sua interezza, anzi si concede in misura minima ed indispensabile per la sola stentata sopravvivenza di qualsiasi tipo di rapporto. trainato da voracità sessuali e gastronomiche -che lo lasciano comunque sempre indifferente e insoddisfatto- si costringerà a cedere (fingendo titubanze) alle lusinghe intellettuali e pecuniarie del nuovo regime che gli garantirà un declino (parola clou, con decadenza, di tutta la produzione letteraria di houllebecq) meno atroce.

ci son pagine che non son riuscita a capire in toto: huysmans, scarron, nietzsche … quelle ignorance!

GENTE di alan bennett

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2f6668a7f7f6574c22a4bd668cc96681_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyquando adelphi fa arrivare cose fucsia (fuschia per gli amici) in libreria -e bennett è fuschia- mi costringe a riacquistare libri di carta ed entrare alla feltrinelli e cercare, con un certo brivido, la loro tesserina fidelity blu persa fra portafoglio e borsa perché non più oggetto indispensabile. il colore ha sempre avuto un appeal fortissimo su di me a partire da quando lo guardavo da lontano perché troppo, fino a quando ho iniziato a mangiarlo sotto forma di optalidon e unico -iniziale- conforto a mal di testa da campionato del mondo, per poi diventarmi indispensabile negli abbinamenti con il rosso negli ultimi anni. il fucsia (fuschia per gli amici) di adelphi è sempre abbinato a garanzia di commedie sofisticate, colte, british che si spingono a solleticare il mio più basso istinto snob. ho solo e sempre letto le sceneggiature e mi piacerebbe vederle a teatro, tutte quante. la commedia in estremo sunto: cosa fare di una dimora storica ed aristocratica inglese che non si riesce più a mantenere? divertente, colto, critico e sarcastico come piace a me. co-protagoniste sorelle e sorellastre che si completano nelle loro proprie serie frivolezze.

l’introduzione poi è impagabile: 16 pagine da leggere prima e dopo. personalmente le leggo sempre dopo, mi chiariscono e mi accompagnano sempre verso altri lidi succulenti e irrinunciabili. qui ci porta verso l’amore in un clima freddo di nancy mitford che purtroppo ho già letto con immenso trasporto.

dall’introduzione, bennett riporta da un incontro con una gran dama di sua conoscenza:

adesso che ho compiuto ottant’anni, ci sono due cose che non sono più costretta a fare: dire la verità e mettermi le mutande.

dida si è scassata

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10955232_10152835182723821_2136739440_nson passati 10 giorni. mi dicono che adesso sì: sono una runner.

due domeniche fa son andata a correre, ma proprio di voglia. dico a chéri che torno in un’ora e stavo per fare il mio PB sugli 11/12 km. stavo per… perché ai 10 km mi son sentita come se qualcuno mi avesse tirato una biglia nel mezzo del polpaccio dx. mi son addirittura girata per vedere se c’era qualcuno in giro con una fionda. poi visto che no, ho cercato di finire la mia corsa trionfale sull’onda della cavalcata delle endorfine che facevano festa come mai prima. solo che … niet. neanche un passo. male. dopo 1131,6 km (questo mi dice runtastic che conta i km da quando ho iniziato ad usarlo) mi son scassata.
mi son fatta venir a prendere, non ho camminato per tutto il giorno: ghiaccio cremette etc. male. poi in una settimana tre volte dal fisioterapista e tre tecar. e incazzo tanto ma tanto tantissimo incazzo. tanto che solo ieri ho preso le fidatissime brooks e le ho lavate e sistemate. perché devo star ferma almeno 20 giorni. almeno. non è neanche uno strappo, è solo uno stiramento ma mi ha messa ko perché per la prima volta in vita mia mi son fatta male e questo mi ha impedito di far una cosa che, incredibilmente, mi piace e mi fa star BENISSIMO. domani di nuovo fisioterapista e devo star più ferma perché domenica mi son fatta una camminata e no, non è andata bene.

invidio tutti quelli che corrono in questi giorni di sole di primavera mentre io arranco camminando, e non ne ho MAI VISTI TANTI, mi son addirittura sognata di correre… sta cosa rasenta il delirio ma tant’è. mi è saltata la mezza maratona di gorizia del 1 marzo, farò una fatica maiala a ricominciare e dovrò ricominciare, magari non da capo ma dovrò tornare indietro, adeguarmi a più miti consigli e non pensar di esser wonder woman o, peggio, di aver ancora 20 anni. 

però queste strisce fuschia sul polpaccio son sexy da morire, nere anche di più, e la maratona quest’autunno la faccio. e scarpe nuove appena mi ripiglio e garmin, come i veri.

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le fantastiche avventure di chéri #52

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gmdomenica scorsa son andata a correre come al solito. dico a chéri: “ti chiamo quando son vicina a casa, non serve neanche che rispondi, mi attacchi la stufetta in bagno che voglio trovar caldo, doccia bollente e poi andiamo a pranzo”.

fatti quasi 10 km e una velocità da PR, mi sento come se qualcuno mi avesse colpito con una palla il polpaccio. solo che nessuno mi aveva tirato niente e non son riuscita più a muovere un passo. chiamo chéri e facciamo suonare 80 volte il telefono prima che risponda. gli spiego cosa è successo, dove sono, le sento. quando arriva a raccattarmi, son piena di freddo, nervosa, incazzata e saltello su un piede, dice:

“e adesso si fa come con i cavalli da corsa?”

la città dei ladri di david benioff

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svelto da finire perché ti travolge con disperazione e ironia. l’autore è quello che ha scritto la 25^ ora (film di spike lee vi dice niente?) ed è uno sceneggiatore strapagato della hollywood miliardaria: tanto per dirne un’altra, scrive lui il trono di spade. assedio di leningrado con i nazisti che credono di aver gioco facile, pare anche storicamente documentato ma per me non lo è abbastanza: poteva aggiungere nei ringraziamenti anche qualcosa di più oltre a harrison salisbury e curzio maltese. di solito non leggo romanzi storici perché non voglio esser imbrogliata dalle invenzioni di qualcuno che non farebbe nessuna fatica a farmele bere. ma pare, a sentir in giro, che sia storicamente molto attendibile. l’ironia di base è che dentro questo assedio drammatico si incastona al millimetro l’avventura di due ragazzi che, per salvarsi la pelle, devono trovare 12 uova per la torta nuziale della figlia di un pezzo grosso dell’esercito. 12 uova in una città con il dramma del cannibalismo come unico modo per sopravvivere non son poi così facili da trovare. si legge veloce perché il signor benioff sa bene come scrivere sceneggiature (con tutti i pro e i contro del caso), i due protagonisti mi sono piaciuti molto: sono uomini piccoli, che devono crescere e si ritrovano complementari. parallele la storia del padre di uno e di un capolavoro della letteratura russa che ossessiona l’altro: il segugio in cortile. scene agghiaccianti (su cui l’autore non si sofferma più di quel tanto) si leggono velocemente per il terrore che riescono a comunicare ma poi lasciano spazio a risate per cui ci si scusa con la storia russa. una partita a scacchi risolverà la storia e chi pratica la scacchiera saprà dirmi se davvero la partita era da professionisti. per chi legge tanto alcune trovate sono un po’ scontate e non sorprendenti ma alla fine il libro ha carattere anche se con qualche caduta melensa che presumibilmente servirà per il film. personaggi maschili meglio di quelli femminili. copritevi perché vi viene freddo.

la ballata di adam henry di ian mcewan

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61u9juK4y4Lfinito in tempi brevissimi. pare che le ultime uscite si fermino tassativamente a 200 pagine compreso eco e -poco di più- houellebecq. non è un caso.
adam henry non è il miglior mcewan ma non raggiunge nemmeno gli abissi di sconforto in cui mi son sentita sprofondare con sola(r) anche se, va detto a lettere cubitali, scrive sempre meravigliosamente. il precedente, miele , mi era infinitamente piaciuto! fiona è un giudice stimatissimo, votata anima e corpo al suo lavoro, in servizio 24/24h. ci si immagina un appartamento pulito con pezzi classici e di pregio vicino al tribunale che riesce a raggiungere a piedi in pochi minuti e quasi sempre sotto la pioggia. gli unici momenti in cui riesce parzialmente a staccarsi dal suo ruolo istituzionale sono quelli che dedica al pianoforte. adam henry è un 17enne testimone di geova che rifiuta (lui e la sua famiglia) la possibilità di guarire e salvarsi la vita, sottoponendosi a trasfusioni di sangue, l’ospedale richiede l’intervento del giudice per forzare la sopravvivenza. questo il cuore del romanzo, o quello che si vuol credere cuore del romanzo perché tutto sommato occupa poche delle poche pagine del romanzo. come altri casi sono trattati e risolti in breve. il centro è fiona che senza lavoro non sta, che si mette in coda al supermercato e in un silenzio che fa da sfondo alla storia -silenzio e musica classica- fa cadere un pasticcio di pesce. unico rumore contro musica contro silenzio. beve te, mangia tramezzini quelli inglesi che anche se li prendi nel più fetido delicatessen son comunque squisiti, sbocconcella frutta prima di andar a dormire, lascia i torsoli della mela accanto al letto e non si lava i denti (‘sta cosa mi ha fatta andar fuori di testa). pare poi che grazie ad adam questo silenzio che avvolge tutto: salite in camera su scale silenti, attraversamenti londinesi sotto la pioggia, passaggi in taxi da un posto triste ad uno peggio, venga sovrastato e trovi una trasformazione. fiona virago della prima ora che non molla il pezzo, e se ci fossero state ancora cento pagine sarebbe tornata sui suoi passi. di contro c’è questo marito che cavalca ancora l’onda e in preda a slanci mastodontici di voiopossoecomando chiede autorizzazioni all’adulterio per poi tornar quatto quatto e con la coda fra le gambe al talamo, con desiderio di confessar nei dettagli una presunta defaillance che potrebbe garantirgli l’assoluzione.

quando gli editori puntano una pistola alla testa agli autori per rispettare scadenze contrattuali.

capire un tubo di berlino

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a natale ero a berlino, schivati cenoni e pranzi. arrivati il 24 in una città incredibilmente deserta: tutto chiuso. ristoranti, negozi, bar, sony center compreso, TUTTO CHIUSO. appena vista la porta di brandeburgo, il sole stava andando giù, saremo stati forse in 100 (tutti non berlinesi) lì sotto,  abbiamo pensato a cosa doveva esserci nel nostro centro commerciale alle 5 della vigilia di natale: delirio dell’ultimo minuto. invece noi, in solitaria, abbiamo fatto una passeggiata anche sotto la pioggia fino ad alexander platz (con canzone milva/battiato nelle orecchie.. inevitabile). fametta risolta al volo in un baracchino con panino e insalata di patate e una birra che non son riuscita a finire per il freddo che faceva. siamo saliti su un autobus (100 o 200 non mi ricordo) fino al capolinea in pieno di quello che doveva essere quartiere est estremo con palazzoni a definizione sovietica. con le luci dei negozi spente, pochi colori, la pioggia e immaginazione q.b. ad occhi chiusi ci siamo solo avvicinati all’idea di quello che doveva essere. la sera della vigilia ce la siamo passata in un ristorante cinese (unico aperto trovato!!!) con la famiglia dei proprietari che cenavano accanto a noi. passare vigilia e natale fuori poteva rivelarsi disastroso dal punto di vista emotivo ma (a parte una leggendaria litigata con chéri all’ hamburger bahnhof, a noi piace così: ci togliamo la pelle litigando all’estero) siamo stati ottimamente. il giorno di natale ho chiamato la sacra famiglia in italia, quando eran tutti seduti a tavola (e non ancora abbastanza alcoolici) dalla cupola del parlamento dopo aver salito la rampa, visto arrivare il sole e sentito la voce della mia solenne audio-guida pronunciare “la trasparenza della cupola è simbolo della trasparenza del nostro parlamento”. nostro.. vostro.

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la cena di natale non ce la siamo però risparmiata: pasternak, lo aspettavamo da settimane, un ristorante russo dove non solo abbiamo mangiato benissimo ma siamo stati magnificamente, complice anche pianista poco improvvisato ma molto ispirato e servizio di un’ironia gustosa. non sto qua a raccontarvi quello che abbiamo visto, fatto, mangiato al millimetro, quanti gluewine bollenti ho bevuto anche in orari mattinieri per scaldarmi un po’. quando abbiamo deciso per berlino non ero per niente convita, volevo tornare a parigi e considerata l’esperienza agghiacciante di monaco di baviera non avevo entusiasmi di tornare in germania. mi son ricreduta immediatamente: berlino è stupefacente e ha una percettibilissima dimensione a misura d’uomo, è economica e godibilissima, si respira sicurezza, che non è poco di questi tempi.  il fatto che i negozi siano stati sempre chiusi (tranne un giorno), ha evitato salassi ulteriori alle mie già non proprio floride finanze ma ha anche sottolineato il fatto che si vive lo stesso bene forse anche meglio. memorabile anche una cena a sushi con inutili tentativi di riscaldarsi con zuppe di miso (con -8 fuori), non solo per la qualità eccellente ma anche per il tavolino poco lontano dalla porta d’ingresso!

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sono animale da museo ma se una cosa non mi interessa abbastanza non ci entro, tempo perso correre nelle sale solo per dire di esserci stati, e qui non ricomincio la polemica louvre, ringraziatemi perché vi evito il pippone. da vedere di musei a berlino ce ne sono a decine anche escludendo tutte le baracconate storiche, tornerò per quelli che eran chiusi nei miei giorni berlinesi. visto con sommo godimento il museo/fondazione helmut newton (vicino alla zoo), il brücke-museum (lontano dal centro, deserto e per questo esclusivo e di pochi a perdersi dentro pennellate violente, dolorose e coloratissime in un silenzio che solo la neve sa fare), l’hamburger bahnhof con tutti gli amici che si ha la gioia di veder più intensamente quando di rado si riescono ad incontrare dal vivo. qui anche pranzate o cenate: ristorante di sarah wiene da ricordo indelebile! per edibilità ed atmosfera. una delle cose che mi piace di più fare è mangiare nei musei, eccezionale quasi sempre all’estero, mai nei patri confini, purtroppo (per quello che ho provato). [maledizione perenne a quei bifolchi che hanno in gestione il ristorante della mia amatissima peggy guggenheim collection a venezia.]
inevitabile poi calarsi come bustine di te in acqua bollente con godimento mistico nella dimensione essenziale e mitica del bauhaus archive. e voler portarsi a casa OGNI cosa.

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ho avuto sempre gli occhi lucidi, perennemente e non per il freddo. per le piastrine quadrate di ottone incastonate nei marciapiedi davanti alle porte dei palazzi dove abitavano, con nome cognome data di nascita e campo di concentramento di destinazione; passando attraverso, dentro il monumento in memoria dell’olocausto e odiando quei genitori che hanno lasciato saltare i bambini su quei “blocchi” che urlano, e dovranno continuare ad urlare. in bebelplatz (ex opernplatz) a pensare al rogo del 10 maggio 1933: 25.000 libri pericolosi; davanti alla sinagoga a non riuscire nemmeno ad immaginare cosa doveva essere quella notte dei cristalli e tristemente vedere polizia e barriere ancora davanti agli ingressi. mi fa paura quest’empatia così violenta.

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altra storia per il muro, ma emozioni fortissime. quando è caduto ero davanti alla tv, ai telegiornali, grande per ricordarmi tutto bene, devo avere da qualche parte ancora un quotidiano dell’epoca.  la zona immediatamente intorno a checkpoint charlie è una sorta di baraccone storico, come ne esistono tanti in giro per il mondo li schifo e li odio, con gente in divisa sovietica e americana e bandiere d’ordiananza per far la foto (2€) davanti alla casoppietta ricostruita e museo (con tanto di biglietto non incluso nella museum-card) in cui comprare pezzi di muro originali (?). altra cosa, completamente diversa -e questa sì- imperdibile e da brividi è il berlin wall memorial in bernauer strasse: un centro di documentazione asciutto, essenziale, preciso e senza souvenir. se non ne avete abbastanza pezzi di muro in giro ce ne sono, il più lungo: east side gallery. 

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e poi i tubi. belli, colorati con spiegazione semplicemente ingegneristica al seguito.     da inseguire per tutta la città, impossibile non fare altrimenti.

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karoo di steve tesich

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karoo

non c’è capanna, ufficio, appartamento, angolino o cantuccio sulla faccia della terra che non si trasformi in sala d’attesa laddove un uomo aspetta che succeda qualcosa. pag. 316

grandissimo libro. fra ieri sera e stamattina ho fatto fuori le 400 pagine che mi mancavano delle 450 totali. non sono andata a correre finché non ho chiuso il libro e tolto il segnalibro che uso sempre. dalla copertina vien da pensare che ci sarà da ridere? dalle prime 30 pagine vien da pensare che è il cugino di barney (quello della versione di, che se non l’hai letto, leggilo e poi torna da queste parti)? amico di tony pagoda? se anche rispondi si, e sono validissimi motivi per iniziare/continuare la lettura, poi andando avanti si cambia espressione e si matura (nel senso fruttariano della parola) con lui, con karoo. karoo è lo script doctor più pagato di hollywood, quello che sistema sceneggiature fiacche e come re mida fa diventare oro tutto quello che tocca, distrugge un capolavoro (pag.210 una ricerca così irriducibile della perfezione era incomprensibile per me) di un vecchio regista per renderlo masticabile e digeribile a quanto più pubblico possibile, non senza dubbi ma spinto da egoismi. milionario, sposato, divorziato (dianah la vedo come una diane keaton tirata molto, molto a lucido splendente in ristoranti extra-lusso pronti alla decadenza), padre adottivo di billy, si giustifica in qualsiasi discutibilissima azione, si nasconde dietro a finte sbronze (non riesce ad ubriacarsi neanche con botti di gin), rimanda impegni che non siano lavorativi con il suo grande capo burattinaio della hollywood che conta, per arrivare -400 pagine dopo- ad implorare perdono, a non ottenerlo. per caso karoo incontra la madre naturale di billy. iniziano viaggi in prima classe, in hotel con suite di lusso, che portano in spagna, che collegano continuamente ny a venice e ritorno, fino alla casa sulla cascata in pennsylvania che dovrebbero esser sfondi ideali per la sceneggiatura più importante della sua vita, quella perfetta che non vuol portar sullo schermo ma che andrà (è convinto) a consolidare in maniera definitiva equilibri familiari estremamente precari e noi -spettatori proprio come al cinema- ad aver capito ogni cosa a chiederci quando capirà lui. karoo non vince, è schiacciato da dolore, anni e malattia. in uno slancio ultimo ed estremo riesce comunque a scriverci (proprio a noi) il suo ulisse. mi è piaciuto moltissimo. mi ha inchiodata alle pagine, sensazione che adoro e che non mi capita spesso di provare: le ultime 100 sono di un’intensità, violenza e peso rari.FallingwaterWright

autore mai sentito prima, wiki mi aiuta ma non soddisfa la curiosità: stojan steve tesich (in serbo Стојан Стив Тешић, stojan stiv sešić; užice, 29 settembre 1942 – sydney, 1º luglio 1996) è stato uno sceneggiatore,drammaturgo e scrittore jugoslavo naturalizzato statunitense. ha preso l’oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1980 con  all american boys (breaking away) [altra mia dimostrazione di ignoranza abissale: mai sentito prima]

[..] sentirsi riconoscenti, considerarsi fortunati, è un compito gravoso. un lavorio costante della psiche per tenere tutto a fuoco. e arriva il momento in cui uno desidera prendersi un sabbatico dal significato. pag. 246

 

discorso di fine anno

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finito anche questo. veloce. troppo. ho letto meno, ho ripreso due chili. ho chiesto e, purtroppo, son stata esaudita. ho ricominciato da un’altra parte. ho corso tanto, mai avrei pensato mai di poter finire una mezza maratona. un km di corsa è come una goccia di en, con 8 sei a posto. ho pensato (tanto) prima di aprire bocca. son stata meno zitta con quelli che mi son interessati. son stata zitta e ho guardato gattemorte arrampicarsi sugli specchi e ho riso ferocemente vedendo i rossetti rossi su quelle che mi dicevano che per far bene la maestra non servivano rossetti rossi. son stata bene, o forse è meglio dire che son riuscita (forse ho imparato, forse) a gestire tutto meglio. ho finalmente passato del tempo a parigi, altra preghiera esaudita. vedo la gente che si incazza per niente, chiedo scusa per stronzate (che sembrano giganteschi problemi per altri) che voglio risolvere nel più breve tempo possibile perché davvero non mi interessa star a discutere, le ore che risparmio son quelle che mi servono per scegliere il rosso di un ennesimo rossetto, molto più importante delle questioni di principio di chi sbatte pugni e piedi. più stronza? si grazie. più rughe, più creme sul viso, più vitamine, più cura, più io, sempre di più. ascolto di più quello che hanno da dire le persone che hanno 6, 7, 8, 9 anni e che mi girano intorno lasciandomi sempre senza fiato. son quelle che hanno più bisogno di qualcuno che le ascolti e le guardi negli occhi. son loro che hanno bisogno di attenzione totale ed esclusiva, che ti chiedono 5 minuti per poi lasciarti sola nel prato a raccogliere la cartina del loro kinder bueno mangiato  a metà. e due giorni dopo ti interrogano per vedere se -lì sul prato- stavi attenta veramente o pensavi al menù della domenica della collega di cui (vedi sopra) non ti interessa zero. penso alla truppa di dida con infinita nostalgia e grande, grandissimo affetto.

IMG_8187f8b0c251554853df9e4f2f50122f6485che il 2015 non sia placido, grasso e muffo: che ci faccia bene, che ci veda ancora correre, urlare, sbraitare nei boschi da sole (terapia assoluta che possono permettersi solo miliardarie emotive), cantare in furgoniza per centinaia di chilometri, raggiungere posti mai visti, abbracciare persone appena conosciute, capire cose che ci son sfuggite fino adesso, ascoltare persone che sanno, non avere paura, fidarsi sempre di quello che sentiamo, cercar di uscir sempre bene con tanto di rossetto rosso (aiuta, aiuta, aiuta tantissimo) anche solo per andar in ufficio, a scuola, a far la spesa, piacetevi e se non vi piacete cambiate fino a piacervi, iniziate da adesso. i nostri demoni, alla fine, non se ne andranno da soli.

per me due cose: spero di dover studiare e voglio riuscire a correre una maratona negli ultimi mesi dell’anno, gli allenamenti partono a gennaio, se volete son qua.

grazie, vi voglio bene.

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