la mia lotta (1) di karl ove knausgard

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La mia lotta di  Karl Ove Knausgardmia sorella illuminata me l’ha presentato così: “dicono sia il nuovo proust”. ma non è francese e ha solo scritto 3000 pagine per raccontare la sua lotta, son sei volumi. da noi sono arrivati i primi due, dicono sia imminente la pubblicazione di tutto il resto. non ho mai amato particolarmente i nordici, secondo me il poco sole aumenta e amplifica i problemi, anche se hanno un welfare altissimo, mi trasmettono fortissima angoscia. nesbo? sarà bravissimo ma… grandi problemi eh. il bel tenebroso karl ove knausgard non si allontana molto dalla mia idea e dev’essere vestito di infelicità in tutte le stagioni.

pag. 426 era la persona più legata ai sensi che avessi mai incontrato. e invece si era messa con uno che vedeva i pranzi, il calore e l’affetto come mali necessari.  

Karl-Ove-Knausgård

pag. 45 l’unica cosa che ho imparato dalla vita è resistere, mai fare domande e bruciare nella scrittura la nostalgia che ne deriva.

il titolo originale è min kamp e fa il verso ironico al mein kampf di hitler senza aver nulla in comune, però. knausgard o si ama, o si odia. qui lo amiamo. le tremila pagine dell’opera raccontano minuziosamente la sua vita, senza celare nomi o episodi -che leggendo un po’ in giro- hanno ferito, probabilmente a morte, più di una persona con cui karl ove aveva rapporti. quando dico raccontare minuziosamente voglio dire che riesce a inquadrare perfettamente una conversazione o un pensiero fatto in treno anni prima, descrivendo anche il modo che una casuale compagna di viaggio ha di togliersi gli occhiali. le bustine di te sono dettagliatissime. punto focale delle prime 500 pagine è il rapporto con il padre -morto prima di potersi leggere-, devastante e irrisolto. la madre -nel primo volume- appare poco, molto passivamente. è un capolavoro cesellato chissà per quanti anni per soddisfare un ego che dev’essere mostruoso.

pag. 220 la letteratura [...] è la sua unica legge tutto deve piegarsi alla forma. se qualche altro elemento è più forte [...] della forma il risultato sarà debole. è per questo motivo che gli scrittori con uno stile efficace spesso scrivono libri carenti. bisogna rompere la forza della tematica e dello stile affinché possa nascere la letteratura.   

il primo volume non mi ha annoiata perché ero estremamente curiosa di arrivare alla fine, l’ho chiuso in un paio di giorni, inizierò anche il secondo e lì vedremo. l’autobiografia è la sua prova di esser capace di scrivere un grande libro, a costo di giocarsi tutti i rapporti esistenti, ho letto molto di un possibile patto con il diavolo. ha ricevuto diversi premi e pare sia una celebrità, ma di uno così io avrei paura. quello che non ho sentito leggendo, sono state le sue sensazioni, le ho trovate solo ovviamente accennate ma potrebbe essere benissimo un mio meccanismo di autodifesa che mi ha fatto chiudere qualsiasi canale empatico. è un libro durissimo da leggere per chiunque, posso solo immaginare le reazioni di tutti quelli che si sono visti raccontati.

leggetevi le riflessioni, le fa di mestiere magistralmente, di claudia durastanti del sole24ore

storie scritte sulla sabbia di gaetano cappelli

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cappelliè arrivata l’estate. definitivamente. preparate i negroni, anzi fateveli preparare da chi dimostra capacità.
storie scritte sulla sabbia è una raccolta di racconti vincente. racconti già apparsi su quotidiani e riviste chic anni fa che, mescolati e dosati, commentati e shaken not stirred, assomigliano -al tatto, al gusto, alla vista- alla perfezione dei negroni fatti da chi sa il fatto suo. per leggere cappelli dovete avere ironia e sarcasmo, se siete solo una sfumatura vetero-post-neo femministe lasciate stare: perché le donne di cappelli son intriganti, appassionate, voluttuose, morbide, madri, mogli, amanti e sempre un po’ più furbe dei maschi e sempre un po’ puttane. mi piace pensare che cappelli sia un cultore del femminino in tutte le sue variabili e che il gran bel manzo -anche se in abito bespoke rubinacci e scarpe olga berluti- ne esca sempre un po’ mona.

il divertimento c’è in ogni racconto come ci sono i nomi perfetti, i titoli epici, la lucania, i paccheri estremi e i sontuosi negroni, l’aglianico, la polemica in punta di penna allo strega, le vedove immortali e le vampire, i sogni infranti, maratea e policastro, tragedie imminenti e successi casuali. l’ultimo racconto è quello che mi ha divertito di più, realtà e non realtà si mescolano e l’intervento del maestro cappelli non si limita alla scrittura, grande trovata. conosco bene l’irresistibile potere dell’ametista.

quando si legge cappelli, si sa che l’adorazione non è solo eucaristica, vien voglia di mettersi un abito svelandrino, tacchi all’altezza, rossetto rosso e smalto in tinta. non è un caso che abbia lasciato con le unghie un graffio rosso sangue (chi si pitta le unghie sa) sulla copertina.

continuo a chiedermi perché rimando sempre l’esplorazione della lucania.

per chi non conoscesse ancora il maestro gaetano cappelli, punta di diamante appassionato, leggero, elegante, dotato di un’ironia piena di intelligenza fra l’intellighenzia degli italici romanzieri, si leggano: parenti lontani (ancora nei miei primi dieci magnifici libri a distanza di anni),  la vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo (nelle stelle c’è anche l’indirizzo per mangiarlo a maratea), storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino aglianico nel mondo (nelle stelle si segnalano cantine da annotarsi), baci a colazioneil primo, romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi.

l’arte di correre di haruki murakami

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“[...] inoltre, le cose che meritano di essere fatte, vanno fatte con tutto il nostro ardore, anche a rischio di esagerare”.

correre

in giro per saldi, abbandonato per terra in un negozio di vestiti svelandrini, con musica brasiliana a palla, c’era l’arte di correre di murakami. avrei potuto prenderlo in biblioteca o scaricarlo su kindle, era tempo che gli ronzavo intorno. ma mi ha chiamato lui, così, in quel momento, forse solo per farsi togliere di dosso la polvere. l’ho chiesto in prestito e la tipa, sulle prime, non capiva. poi ha controllato che non avesse dediche di fidanzati o bigliettini persi dentro alle pagine, mi ha chiesto se volevo leggerlo per iniziare a correre. io corro già.
così è venuto a casa con me, con due paia di sandali con i tacchi, retrò e bellissimi. si sente che non è mio, si porta dietro un odore dolce e alcoolico. chissà da quanto era per terra, ad aspettare. l’ho finito, lo riporterò nell’angolo per terra, un posto che però non merita.

volevo leggerlo, solo perché corro. faccio una fatica impossibile a partire e mi servono tutti i mantra e le spinte possibili per mettermi le scarpe e iniziare a correre. dopo i primi 10′/15′ la questione cambia: le gambe vanno e quando torno sono felice. felice e devastata.

non sono una passionaria del giappone e per niente di murakami, quello che ho letto di lui mi ha sempre messo angoscia -sensazione che non riesco ad arginare e che mi terrorizza-, sto leggendo 1Q84 (il primo volume) da mesi e vado avanti lentamente, forse per paura. l’arte di correre l’ho finito in una giornata, dopo aver corso un’ora l’ho iniziato: al solito i diari, le confessioni, le (auto) biografie mi piacciono molto. anche se l’arte di correre non è un’autobiografia in senso stretto murakami c’è in prima persona e racconta il suo running (quasi 30 anni!!!) , ma anche l’arte della sua scrittura con calma placida e teorie inconfutabili. le pagine in cui scrive della sua solitudine -amata, ricercata, indispensabile- potrebbero avere il mio nome sotto. murakami corre per scrivere:

se continuo ad esercitarmi con tanto impegno, infatti, è “per regolare e potenziare le mie capacità fisiche in modo da poter dare il meglio nella scrittura”

a ottobre del 2013 mi è scaduto l’abbonamento della palestra. ho salutato il tizio dicendogli che il giorno dopo avrei rinnovato. non mi son fatta vedere mai più e invece quel giorno (dopo) ho iniziato a correre. son partita con 1 minuto di corsa e uno di camminata (ripetuto per 5 volte): credevo di morire. adesso corro un’ora, cerco di correre tre volte alla settimana. non farò mai 350 km al mese, un’ultramaratona o una maratona all’anno come fa murakami, ma corro. quasi sempre da sola, in silenzio, senza musica ascoltando il mio respiro, con la testa che va dove vuole, stando attenta a dove metto i piedi. ieri ho incrociato lepri, aironi e gatti: tutti correvano più veloci di me.

sono diventato scrittore perché ho fatto di testa mia. allo stesso modo, non si diventa corridori perché qualcuno ce lo consiglia. fondamentalmente, si diventa corridori seguendo il corso naturale delle cose

collegamenti: murakami ha tradotto anche il grande gatsby
rilanci: raymond carver

running

zelda, ernest e parigi

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9788804604020g therese_anne_fowler_zeldatornata dalla sardegna. ospite di una casa fantastica, ho gli occhi ancora incastrati fra le travi di castagno, il granito e il mare. una settimana di vermentino freddissimo, vento fortissimo, bagni ghiacciati e sole che c’era ma si sentiva poco. mi son portata dietro solo un kindle ripieno di cose buone, ho mangiato festa mobile di ernest hemingway e ZELDA di therese anne fowler. volevo far due post, com’è mia abitudine uno per ogni libro, ma questi si completano a vicenda pur essendo due cose profondamente diverse fanno parte della stessa storia e sono complementari. i fatti son raccontati da due angolature diverse e danno una misura a considerazioni che potrebbero esser di parte. avrei preferito una biografia asciutta e veritiera di zelda e ho preso questo libro tappandomi il naso. alla fine non credo sia troppo romanzato perché l’autrice pur confermando di aver scritto opera di fantasia ha cercato di attenersi il più possibile alle informazioni note e alla abbondante disponibilità di materiale sui fitzgerald, da diversi punti di vista. qui c’è la vita di zelda e scott con particolare attenzione al rapporto con hemingway. hemingway che risulta abbastanza insopportabile. zelda mi piace, è un incanto poterla immaginare con l’aiuto delle foto che si trovano in giro. ha vissuto tutto a doppia velocità, così com’è stata doppia la velocità con cui son precipitati gli eventi.

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zelda e scott sposi: 3 aprile 1920 -cattedrale di san patrizio- NY

hemingway scrive festa mobile a cuba, è un libro di memorie degli anni parigini, con tutta la gente che contava in quel momento messa dentro. c’è parigi ed hemingway risulta odioso quando parla della stein e dei rapporti fra zelda e scott fitzgerald, episodi che i biografi peraltro non trovano documentati. della serie, caro papa non toccarmi geltrude o zelda perché passi dalla parte del torto. son memorie rimaneggiate dal tempo e da quello che nel frattempo era diventato hemingway? chissà, intanto quelli di cui racconta erano per la maggior parte già morti, e lui non avrebbe tardato ad accelerare i tempi. pubblicato postumo. qui un articolo sui due amici scott ed ernest.

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la mia parigi si costruisce con tutti questi libri, mano a mano che li leggo, li viviseziono e mi prendo appunti su indirizzi e date. i posti son gli stessi senza l’allure di allora. ma io son capace di surreali astrazioni.

les flâneuses (io e mia sorella a venezia)

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fortuna è abitare a poco più di un’ora da venezia, fortuna è amarla follemente, fortuna è esserci andata talmente tante volte da rischiare di non perdersi più, fortuna è avere una illuminata sorella che condivide, fortuna è potersi concedere il lusso estremo di prendersi qualche ora (per me anche di più: l’eletta) fuori da tutto e tutti per una mostra poco frequentata, fortuna è farsi travolgere dalla scoperta e da una situazione che sembra un ritorno a casa in posti fermi nel tempo, fortuna è poter seguire la rete che si forma mano a mano che vado avanti e mi fa percorrere strade meravigliose e mi piazza davanti collegamenti. fortuna è aver sotto gli occhi in periodi quasi predefiniti, in una consecutio temporum personalissima fatta di persone e libri che mi portano, e fidarsi: io che non mi fido mai di niente e di nessuno. fortuna è leggere in questi giorni l’interpretazione dei luoghi -flânerie come esperienza di vita- di giampaolo nuvolati e riuscire a calarsi in questa dimensione anche se ridotta, s’intende.

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a palazzo fortuny diverse collezioni mescolate fascinosamente, noi eravamo lì per dora maar -nonostante picasso- le sue foto. nonostante picasso lei era fascinosissima ma con una personalità non abbastanza grande da mangiarselo. resta il fatto che UN solo ritratto di dora ad opera di picasso inserito lì, fa da centro di gravità a tutto e lui sì, fagocita. di dora ho letto tutto il disponibile in italiano e mi cimenterò con il francese, da parigi ho portato anche carta. la visita è stata dovuta, obbligata, un saluto. esposto c’è anche un abito di piume di pavone che mi ha incuriosita tantissimo, chi ne sa parli! salendo di un piano installazione magica goduta in silenzio e solitudine: anne-karin furunes  (mai sentita prima… i miei abissi di ignoranza). collegamenti: dora nel ’46 ritrae alice b. toklas. strade indicate: nel bookshop trovato altro libro e video di diane vreeland, c’era anche marina abramovich, per dire. tutto al femminile.

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e siccome non ne avevamo abbastanza di esser travolte, e peggy è lì a due passi, ci siamo barricate fino alla chiusura a palazzo dei leoni, con la supervisione della marchesa casati stampa (anche qui), che guarda caso sarà a palazzo fortuny in autunno. casi, collegamenti e strade. casa di peggy è fuori dal tempo e dallo spazio, i cino-giapponesi bardati come dovessero affrontare una tempesta di sabbia restano tutti sulle gondole in canal grande a far foto alle magliette a righe e ai cappelli di paglia di chi le guida. muoversi dentro e sapere cosa andare a cercare e dove: pollock su tutti. nonostante ci sia TUTTO QUELLO CHE MI SERVE, picasso compreso, quello che ogni volta mi strega di più è sempre pollock, ci entro dentro dal divano bianco di fronte e ne esco sempre a fatica. altra attrazione misteriosa è brancusi, trattengo a fatica le mani che vorrei mettergli addosso. calder me lo porterei a casa, tutto calder.

esser flâneus nel 2014 necessita di immensa dose di capacità di astrazione e ironia e ricompensa enormemente. 

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abbiate rispetto per questa città meravigliosa che si vede così tanto maltrattata anche nelle piccole cose: mises drammatiche e a tratti allucinanti, piedi puzzolenti, ascelle da disboscare, scarpe da ginnastica svaccate, culi troppo esposti nella loro nudità. non dovete andare in guerra, non dovete partecipare ai giochi della gioventù. un vestitino, un sandaletto comodo e siete in ordine, per lei, più che per voi.  

in loop: le voyage de penelope -air-  

i biscotti di baudelaire: il libro di cucina di alice b. toklas

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questi sono in assoluto i libri che preferisco: quelli di memorie, delle due guerre, che mi aiutano a fare un quadro più preciso e dettagliato della mia personalissima mitologia. avere la possibilità -magari adesso non ancora la volontà- di mettersi ai fornelli e mangiare solo quello che alice e gertrude mangiavano. compresi quei gombi squisiti, le bamje nel mediteranneo, che si fa fatica a trovare o la minestra di alloro di dora maar. letto su kindle ma necessario in cartaceo per esser sistemato nella biblioteca della cucina. libro di ricette che diventa memorabilia.

“quando i tesori sono ricette li si ricorda meno chiaramente, meno distintamente che non gli oggetti tangibili. evocano una sensazione ugualmente vivida… almeno per quelli di noi che considerano la cucina un’arte, ben sapendo come possa procurare emozioni molto simili a quelle estetiche”

6e73582b36b05cb259e9b172c7fdff7egertrude stein (1874-1946) e alice b. toklas (1877-1967) compagne di vita, un matrimonio raccontato in questo incantevole libro di ricette condito da memorie che attraversano il primo dopo guerra, l’occupazione, la liberazione e il dopo guerra. durante la prima guerra mondiale sono volontarie per consegne ad ospedali francesi con zia pauline (il loro furgone) che esausta viene sostituita da lady godiva, auto che sembra aver vita propria per portarle nei migliori bistrot disponibili. durante la seconda guerra si trasferiscono a bilignin dove continuano a ricevere e nutrono un orto che le fa sopravvivere. irresistibile il capitolo “domestici in francia”, le “ricette di amici” sono un libro dentro un libro: dora maar racconta la sua zuppa di alloro e la nostra fernanda pivano regala ricette di gnocchi alla romana e del pesto.

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anche qui tiro i fili della memoria in diverse inclinazioni e collegamenti che inevitabilmente mi catapultano nella mia parigi che -ad aprile con una inaspettata capacità di astrazione- ho trovato piena di nazisti, caffè eleganti e pieni di nostalgia e picasso incazzato per il piatto che non era come lo voleva lui, scaraventa tutto sul pavimento.

[in attesa di andare a venezia a vedere la mostra su dora maar a palazzo fortuny]

foto da google.

un perfetto gentiluomo di natasha solomons

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arton2729sono in bilico perfetto fra pain au chocolat e viennoiserie varia e full breakfast con litri di english tea bollente. fra una mini cooper abbassata e verde e una diane color crema (o anche una DS). fra l’etre parisienne e il to be english. per questo post svolto e attraverso la manica. libro delizioso. anche qui seguito il consiglio di chi ne sa, altrimenti -se solo avessi letto l’editore- sarei scappata a gambe levate.
jack rosemblum arriva a londra dalla berlino nazista con moglie e figlia. unico grandissimo desiderio uniformarsi agli inglesi, scomparire nella massa e diventare un gentiluomo in perfetto english style, sfrondare tutta la tipicità ebraica fino a trasformare il nome. jack ce la mette tutta, segue alla lettera il mansionario del perfetto inglese che gli viene consegnato appena sbarcato e lo integra fino al 151^ punto. sadie, la moglie, ingrigisce riservando un fermo attrito alle ambizioni del marito. nonostante ricchezza e successo jack non riuscirà mai ad entrare nei club della londra che -secondo lui- conta nonostante frequentazioni del ritz e rifornimenti di moquette ai palazzi più in vista. mi fermo qui. sapete bene quanto immensamente io ami letture ebraiche e il periodo che va dalla fine dell’800 agli ultimi anni ’50. il romanzo si risolve in epifania il 2 giugno 1953, giorno che ai più non dirà nulla ma chi è attento lega indissolubilmente all’incoronazione della regina elisabetta. lettura piacevolissima divertente e malinconica con adorabili derive botaniche e gastronomiche che vi faranno andar fuori in giardino a controllare se il nasturzio è ancora capace di condire i vostri tramezzini per il te delle cinque, salvo poi scoprire che il sole del bel paese non gli ha lasciato la possibilità di esser mangiato. tradizioni del dorset ed ebraiche si mescolano in maniera perfetta. la pagina indimenticabile: la madre di sadie, rimasta a berlino “sua madre era stata una grande cuoca e aveva regolato la propria vita sulla base dei pasti, misurando il tempo con il contenuto della dispensa. [...] era estate quando portava il primo vassoio di petali di rosa da congelare per poter decorare la sua torta di rose e limone, l’autunno era la crema di uvaspina o un grosso budino rotondo di more, fragole o dell’ultimo ribes nero. [...] poi c’erano le ricette, suddivise in precise categorie “piatti che ti dicono che è estate”, “biscotti per quando si è tristi”, “ciambelle per cuori spezzati”. e la baumtorte, ma quella ve la lascio perché è poesia. libretto incantevole.

2014-06-26 11.09.35

la mia personale adorata lady elizabeth mi ha fatto imparare bene il 2 giugno 1953.

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