LIMONOV di emmanuel carrère

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limonovper adesso è il miglior libro del 2013. biografia autorizzata da un’intervista di eduard limonov, scritta splendidamente da emmanuel carrère, più avvincente di un romanzo, un’immersione in un’epoca surrealista che abbaglia perché lontana anni luce da me.  la storia dell’ex-URSS vista attraverso le lenti grosse di limonov non cala di tensione nemmeno una pagina e si fa il tifo per un personaggio che non ha niente di condivisibile o di politicamente corretto ma affascina completamente, come fosse quello il suo lavoro primario. l’eroe maledetto che diventa parte dei buoni quando tutto il resto del (suo) mondo è cattivo. si mescolano le immagini che son passate mille volte in tv (caduta del muro, mikhail gorbachev e raissa, boris yeltsin più o meno sbronzo, vladimir putin, i fatti ceceni, beslan, gli oligarchi russi all’arrembaggio…) con gli episodi più privati della sua vita. la vita di limonov è pronta per esser un film.

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non lo conoscevo per niente prima, mai sentito neanche nominare e adesso ho voglia di leggere tutto quello che ha scritto o che -almeno- è stato pubblicato in italia [libro dell'acqua, alet edizioni, 2004; diario di un fallito oppure un quaderno segreto, odradek, 2004; eddy-baby ti amo, salani, 2005; il trionfo della metafisica. memorie di uno scrittore in prigione, salani, 2013].

consigliato fortissimamente agli amanti delle biografie, alle fanciulle in cerca di maschimaschi cattivi che ti ribaltano e ti appendono al muro senza che tu possa nemmeno fare un sospiro di assenso, ai nostalgici, al veterocomunisti, a chi non ha mosso un piede dalla casa in cui è nato e si schierava dalla parte di peppone, a quelli che volevano fare la rivoluzione con la tascapane e l’eschimo ma hanno fatto due figli, si son sposati in chiesa e hanno acceso un mutuo.

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c’era una volta…

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najo

prima o poi capita a tutte le insegnanti di tornare.
le finestre son rimaste le stesse, le porte di legno con una fascia nera ad altezza maniglia anche. anche il modo che avevano di sbattere per la corrente d’aria è lo stesso. la mia classe adesso è diventata aula insegnanti e quando ci sono entrata mi son ricordata di quando ho vomitato davanti al prof di matematica, che poi mi ha portata a casa perché stavo malissimo. i bagni dove passavo le ricreazioni quando pioveva, con due pluribocciate che ci sembravano navi scuola, sono impraticabili, per me dico, che son dall’altra parte della cattedra, e mi son ricordata di quando mi hanno chiusa dentro con samuele. e anche lì non ci siamo mai baciati. ieri sono andata a scuola in bici, la prima volta in assoluto che mi capita di raggiungere il posto di lavoro così. non a culonia, ma in una scuola media ad un passo da casa per una trasferta rapidissima ma felice. hanno aggiunto pezzi e dipinto le pareti, i bidelli non urlano più e non minacciano nessuno di sospensione. mi hanno chiamata prof per tutta la giornata e si sono alzati quando sono entrata in classe. non è la prima volta ma mi sorprende sempre. e non mi hanno abbracciata quando son entrata, non hanno abbracciato nessuno delle prof, ma fra di loro si, tantissimo. alla fine della giornata ho pensato che non potrei mai cambiare le mie fanciulle con queste brutte anatroccole che fra due anni diventeranno cigni. prenderei tutte le loro ansie e le loro paturnie. sono come loro. vestita uguale. da paura. mi dimentico sempre che in certe occasioni dovrei vestirmi da marescialla. hanno scarpacce che mettevo anch’io alle medie e magliette con le scritte, don’t care le loro, don’t STRASS me la mia. sempre don’t. si vede che la gente fa troppo. per me son gigantesse dal futuro imprevedibile e le ho guardate sorridendo per tutta la mattina perché si divertono come matte, sono bellissime anche se sono gobbe e storte perché hanno troppe tette o per niente tette e magari inizieranno a limonare dietro la porta dei cessi della palestra, a piangere isteriche e litigare come gatte rabbiose per un biglietto del samuele di turno.

ogni volta però mi sento un po’ di serie B ad essere solo una maestra. e chissà come sarei da prof…

zibaldone al profumo di rosa

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maggio è come un vortice quando hai a che fare con la scuola, perché sei alla fine, sai che non riuscirai a far tutto per tutti e mancano venti giorni e capitano anche cose tue che ti fanno percepire il tempo come scansioni immediate e velocissime, accelerate su uno schermo che proietta la tua vita. e le giornate passano fulminee e non ci si accorge del sapore che hanno. maggio è il profumo delle rose in giardino, le orchidee che sbocciano, il te rosso di jarno a litri, i piedi scalzi troppo presto che mi fanno venire raffreddori fuori stagione e così alla page perché non dipendono da pollini ma da semplice volontà di esibire le estremità finalmente libere. maggio è sempre di corsa, ogni anno da quando son a scuola, sembra eterno quando mi sporgo a vederlo dal 30 di aprile, poi salto giù e passa. maggio son gli aperitivi al qb, in giro, sotto al portico, con una temperatura perfetta, son le uscite nei prati a mangiare costa, sbranata da primordiale donna delle caverne alla faccia delle buone maniere che non ho mai abbastanza. maggio va di corsa.
quest’anno più del solito. gente che arriva, trasferimenti, tante cose buttate via, foglietti, biglietti che avevo tenuto pensando di non poterne fare a meno (biglietti di treni presi 20 anni fa, di pianti in stazione che adesso ricordo con un sorriso come fosse l’inizio di un c’era una volta…), bustine di zucchero di città lontane nel tempo e nello spazio, biglietti di mostre gioiose viste in solitaria in giorni di festa. maggio a scuola poi è teso e silenzioso, me ne sto sulla mia panchina a guarda giocare le mie fanciulle, quelle che mi fanno i balletti. quelle che adoro ma che spero il prossimo anno di abbandonare, di abbandonare culonia e di trovar una scuola dove andare in bici. al sole, a ricreazione, con la tazza del caffè in mano, silenziosa ma con la testa come un flipper, ci son dei giorni lunghi che non passano, mi chiedo cos’ho in comune con le altre maestre, non ho niente da dire, non faccio amicizia, sono una gatta rabbiosa, dovrei esser più morbida, più buona, meno stronza. meglio non aprir bocca. pochissime eccezioni fra il comparto maestre, mi salvano i fanciulli curiosi e sorprendenti.

sto bene, tanto bene. tante cose mi girano intorno, alla fine salto su e giro con loro.
e quando resto sola come adesso, a fare le mie cose, a leggere, a perder tempo per me, senza nessuno che mi tormenti, tutto si avvicina alla pace.

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LA CASATI la musa egoista di vanna vinci

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nei miei giri, fra libri e case visitate, l’ho trovata per merito di incroci bellissimi e imprevedibili, di colpi di fulmine che mi hanno marchiata a fuoco e non mi hanno mai più abbandonata. il primo al vittoriale, nel periodo in cui ci andavo almeno una volta all’anno a perdermi fra i muri, a legger romanzi e poesie, ho avuto in camera un ritratto incorniciato di d’annunzio e la curiosità su di lui e tutto quello che lo riguardava in qualsiasi misura me l’ha fatta incontrare: amanti per lunghissimo tempo senza legami e continuità, lei era coré lui ariel. da li son arrivata a palazzo venier dei leoni a venezia: residenza in laguna di luisa casati stampa che passeggiava in san marco -poco- coperta solo da una pelliccia con al guinzaglio (di diamanti) due ghepardi. in quel palazzo che poco si abbinava a quello che c’era in giro, che poi ho adorato per via di peggy (guggenheim ovvio), dei baci solitari nella sala di pollock da milioni di dollari e noi due a baciarci soli. un po’ si respira della marchesa e dei suoi pitoni vivi intorno al collo, un po’ si respira di peggy e dei suoi cagnetti, un po’ si cerca di trovare un alito, un respiro, una sfumatura che ci si possa svelare davanti, a noi e non agli altri che magari non sanno nulla. non hanno letto niente della marchesa, niente di d’annunzio, niente di peggy. perché ho sempre fatto così: quando mi son fissata su qualche icona (e ce ne son state tante..) ho sempre letto tutte le memorie, le testimonianze, i carteggi, le biografie, tutto quello che potevo trovare fino a conoscere il gusto del gelato che prediligevano. amazon e compagnia bella mi hanno dato una grande mano. quando son arrivata alla marchesa poco ho trovato ma mi ci sono immersa fino al collo, negli auguri alla nomade, in Infinita varietà. Vita e leggenda della marchesa Casati di Scott D. Ryersson, Michael O. Yaccarino e E. De Medio, nei ritratti che al pari di misia l’hanno vista protagonista della parigi glamour, eccentrica, vitale e ritrattistica del primo ’900. perché il mio nodo è quel periodo lì, poco da fare. mi ritrovo fan di misia, come di dora, come di peggy così anche della marchesa di cui ho adorato ogni singola surreale scandalosa irreplicabile testimonianza. casati

questo libro è bellissimo, il primo che ho comprato dopo mesi. il kindle ha cambiato radicalmente la frequentazione, in modi e tempi, di librerie, ma questo era imperdibile. la vita della marchesa che voleva diventare opera d’arte, con tutto quello che serve, iconograficamente perfetta con i protagonisti dell’epoca che ce la raccontano. vanna vinci e i suoi pennelli hanno conosciuto la marchesa intimamente ed estasiato me che accarrezzavo le pagine, cercando di trovare i livelli più alti di lettura. il fumetto è un’arte sottile che raggiunge qui un livello di fascinazione che mi ha lasciata estasiata e spinge alla ricerca, di nuovo, di quello che la marchesa ha lasciato. una vita incredibile di passioni ed esibizioni dichiarate, dimostrate, sbattute in faccia fino all’ultimo giorno quando, ridotta sul lastrico, dopo aver sperperato una delle più consistenti fortune della sua epoca, è sepolta a londra con ciglia finte, occhi bistrati e ai suoi piedi il pechinese prediletto imbalsamato.

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