la ballata di adam henry di ian mcewan

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61u9juK4y4Lfinito in tempi brevissimi. pare che le ultime uscite si fermino tassativamente a 200 pagine compreso eco e -poco di più- houellebecq. non è un caso.
adam henry non è il miglior mcewan ma non raggiunge nemmeno gli abissi di sconforto in cui mi son sentita sprofondare con sola(r) anche se, va detto a lettere cubitali, scrive sempre meravigliosamente. il precedente, miele , mi era infinitamente piaciuto! fiona è un giudice stimatissimo, votata anima e corpo al suo lavoro, in servizio 24/24h. ci si immagina un appartamento pulito con pezzi classici e di pregio vicino al tribunale che riesce a raggiungere a piedi in pochi minuti e quasi sempre sotto la pioggia. gli unici momenti in cui riesce parzialmente a staccarsi dal suo ruolo istituzionale sono quelli che dedica al pianoforte. adam henry è un 17enne testimone di geova che rifiuta (lui e la sua famiglia) la possibilità di guarire e salvarsi la vita, sottoponendosi a trasfusioni di sangue, l’ospedale richiede l’intervento del giudice per forzare la sopravvivenza. questo il cuore del romanzo, o quello che si vuol credere cuore del romanzo perché tutto sommato occupa poche delle poche pagine del romanzo. come altri casi sono trattati e risolti in breve. il centro è fiona che senza lavoro non sta, che si mette in coda al supermercato e in un silenzio che fa da sfondo alla storia -silenzio e musica classica- fa cadere un pasticcio di pesce. unico rumore contro musica contro silenzio. beve te, mangia tramezzini quelli inglesi che anche se li prendi nel più fetido delicatessen son comunque squisiti, sbocconcella frutta prima di andar a dormire, lascia i torsoli della mela accanto al letto e non si lava i denti (‘sta cosa mi ha fatta andar fuori di testa). pare poi che grazie ad adam questo silenzio che avvolge tutto: salite in camera su scale silenti, attraversamenti londinesi sotto la pioggia, passaggi in taxi da un posto triste ad uno peggio, venga sovrastato e trovi una trasformazione. fiona virago della prima ora che non molla il pezzo, e se ci fossero state ancora cento pagine sarebbe tornata sui suoi passi. di contro c’è questo marito che cavalca ancora l’onda e in preda a slanci mastodontici di voiopossoecomando chiede autorizzazioni all’adulterio per poi tornar quatto quatto e con la coda fra le gambe al talamo, con desiderio di confessar nei dettagli una presunta defaillance che potrebbe garantirgli l’assoluzione.

quando gli editori puntano una pistola alla testa agli autori per rispettare scadenze contrattuali.

capire un tubo di berlino

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a natale ero a berlino, schivati cenoni e pranzi. arrivati il 24 in una città incredibilmente deserta: tutto chiuso. ristoranti, negozi, bar, sony center compreso, TUTTO CHIUSO. appena vista la porta di brandeburgo, il sole stava andando giù, saremo stati forse in 100 (tutti non berlinesi) lì sotto,  abbiamo pensato a cosa doveva esserci nel nostro centro commerciale alle 5 della vigilia di natale: delirio dell’ultimo minuto. invece noi, in solitaria, abbiamo fatto una passeggiata anche sotto la pioggia fino ad alexander platz (con canzone milva/battiato nelle orecchie.. inevitabile). fametta risolta al volo in un baracchino con panino e insalata di patate e una birra che non son riuscita a finire per il freddo che faceva. siamo saliti su un autobus (100 o 200 non mi ricordo) fino al capolinea in pieno di quello che doveva essere quartiere est estremo con palazzoni a definizione sovietica. con le luci dei negozi spente, pochi colori, la pioggia e immaginazione q.b. ad occhi chiusi ci siamo solo avvicinati all’idea di quello che doveva essere. la sera della vigilia ce la siamo passata in un ristorante cinese (unico aperto trovato!!!) con la famiglia dei proprietari che cenavano accanto a noi. passare vigilia e natale fuori poteva rivelarsi disastroso dal punto di vista emotivo ma (a parte una leggendaria litigata con chéri all’ hamburger bahnhof, a noi piace così: ci togliamo la pelle litigando all’estero) siamo stati ottimamente. il giorno di natale ho chiamato la sacra famiglia in italia, quando eran tutti seduti a tavola (e non ancora abbastanza alcoolici) dalla cupola del parlamento dopo aver salito la rampa, visto arrivare il sole e sentito la voce della mia solenne audio-guida pronunciare “la trasparenza della cupola è simbolo della trasparenza del nostro parlamento”. nostro.. vostro.

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la cena di natale non ce la siamo però risparmiata: pasternak, lo aspettavamo da settimane, un ristorante russo dove non solo abbiamo mangiato benissimo ma siamo stati magnificamente, complice anche pianista poco improvvisato ma molto ispirato e servizio di un’ironia gustosa. non sto qua a raccontarvi quello che abbiamo visto, fatto, mangiato al millimetro, quanti gluewine bollenti ho bevuto anche in orari mattinieri per scaldarmi un po’. quando abbiamo deciso per berlino non ero per niente convita, volevo tornare a parigi e considerata l’esperienza agghiacciante di monaco di baviera non avevo entusiasmi di tornare in germania. mi son ricreduta immediatamente: berlino è stupefacente e ha una percettibilissima dimensione a misura d’uomo, è economica e godibilissima, si respira sicurezza, che non è poco di questi tempi.  il fatto che i negozi siano stati sempre chiusi (tranne un giorno), ha evitato salassi ulteriori alle mie già non proprio floride finanze ma ha anche sottolineato il fatto che si vive lo stesso bene forse anche meglio. memorabile anche una cena a sushi con inutili tentativi di riscaldarsi con zuppe di miso (con -8 fuori), non solo per la qualità eccellente ma anche per il tavolino poco lontano dalla porta d’ingresso!

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sono animale da museo ma se una cosa non mi interessa abbastanza non ci entro, tempo perso correre nelle sale solo per dire di esserci stati, e qui non ricomincio la polemica louvre, ringraziatemi perché vi evito il pippone. da vedere di musei a berlino ce ne sono a decine anche escludendo tutte le baracconate storiche, tornerò per quelli che eran chiusi nei miei giorni berlinesi. visto con sommo godimento il museo/fondazione helmut newton (vicino alla zoo), il brücke-museum (lontano dal centro, deserto e per questo esclusivo e di pochi a perdersi dentro pennellate violente, dolorose e coloratissime in un silenzio che solo la neve sa fare), l’hamburger bahnhof con tutti gli amici che si ha la gioia di veder più intensamente quando di rado si riescono ad incontrare dal vivo. qui anche pranzate o cenate: ristorante di sarah wiene da ricordo indelebile! per edibilità ed atmosfera. una delle cose che mi piace di più fare è mangiare nei musei, eccezionale quasi sempre all’estero, mai nei patri confini, purtroppo (per quello che ho provato). [maledizione perenne a quei bifolchi che hanno in gestione il ristorante della mia amatissima peggy guggenheim collection a venezia.]
inevitabile poi calarsi come bustine di te in acqua bollente con godimento mistico nella dimensione essenziale e mitica del bauhaus archive. e voler portarsi a casa OGNI cosa.

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ho avuto sempre gli occhi lucidi, perennemente e non per il freddo. per le piastrine quadrate di ottone incastonate nei marciapiedi davanti alle porte dei palazzi dove abitavano, con nome cognome data di nascita e campo di concentramento di destinazione; passando attraverso, dentro il monumento in memoria dell’olocausto e odiando quei genitori che hanno lasciato saltare i bambini su quei “blocchi” che urlano, e dovranno continuare ad urlare. in bebelplatz (ex opernplatz) a pensare al rogo del 10 maggio 1933: 25.000 libri pericolosi; davanti alla sinagoga a non riuscire nemmeno ad immaginare cosa doveva essere quella notte dei cristalli e tristemente vedere polizia e barriere ancora davanti agli ingressi. mi fa paura quest’empatia così violenta.

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altra storia per il muro, ma emozioni fortissime. quando è caduto ero davanti alla tv, ai telegiornali, grande per ricordarmi tutto bene, devo avere da qualche parte ancora un quotidiano dell’epoca.  la zona immediatamente intorno a checkpoint charlie è una sorta di baraccone storico, come ne esistono tanti in giro per il mondo li schifo e li odio, con gente in divisa sovietica e americana e bandiere d’ordiananza per far la foto (2€) davanti alla casoppietta ricostruita e museo (con tanto di biglietto non incluso nella museum-card) in cui comprare pezzi di muro originali (?). altra cosa, completamente diversa -e questa sì- imperdibile e da brividi è il berlin wall memorial in bernauer strasse: un centro di documentazione asciutto, essenziale, preciso e senza souvenir. se non ne avete abbastanza pezzi di muro in giro ce ne sono, il più lungo: east side gallery. 

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e poi i tubi. belli, colorati con spiegazione semplicemente ingegneristica al seguito.     da inseguire per tutta la città, impossibile non fare altrimenti.

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karoo di steve tesich

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karoo

non c’è capanna, ufficio, appartamento, angolino o cantuccio sulla faccia della terra che non si trasformi in sala d’attesa laddove un uomo aspetta che succeda qualcosa. pag. 316

grandissimo libro. fra ieri sera e stamattina ho fatto fuori le 400 pagine che mi mancavano delle 450 totali. non sono andata a correre finché non ho chiuso il libro e tolto il segnalibro che uso sempre. dalla copertina vien da pensare che ci sarà da ridere? dalle prime 30 pagine vien da pensare che è il cugino di barney (quello della versione di, che se non l’hai letto, leggilo e poi torna da queste parti)? amico di tony pagoda? se anche rispondi si, e sono validissimi motivi per iniziare/continuare la lettura, poi andando avanti si cambia espressione e si matura (nel senso fruttariano della parola) con lui, con karoo. karoo è lo script doctor più pagato di hollywood, quello che sistema sceneggiature fiacche e come re mida fa diventare oro tutto quello che tocca, distrugge un capolavoro (pag.210 una ricerca così irriducibile della perfezione era incomprensibile per me) di un vecchio regista per renderlo masticabile e digeribile a quanto più pubblico possibile, non senza dubbi ma spinto da egoismi. milionario, sposato, divorziato (dianah la vedo come una diane keaton tirata molto, molto a lucido splendente in ristoranti extra-lusso pronti alla decadenza), padre adottivo di billy, si giustifica in qualsiasi discutibilissima azione, si nasconde dietro a finte sbronze (non riesce ad ubriacarsi neanche con botti di gin), rimanda impegni che non siano lavorativi con il suo grande capo burattinaio della hollywood che conta, per arrivare -400 pagine dopo- ad implorare perdono, a non ottenerlo. per caso karoo incontra la madre naturale di billy. iniziano viaggi in prima classe, in hotel con suite di lusso, che portano in spagna, che collegano continuamente ny a venice e ritorno, fino alla casa sulla cascata in pennsylvania che dovrebbero esser sfondi ideali per la sceneggiatura più importante della sua vita, quella perfetta che non vuol portar sullo schermo ma che andrà (è convinto) a consolidare in maniera definitiva equilibri familiari estremamente precari e noi -spettatori proprio come al cinema- ad aver capito ogni cosa a chiederci quando capirà lui. karoo non vince, è schiacciato da dolore, anni e malattia. in uno slancio ultimo ed estremo riesce comunque a scriverci (proprio a noi) il suo ulisse. mi è piaciuto moltissimo. mi ha inchiodata alle pagine, sensazione che adoro e che non mi capita spesso di provare: le ultime 100 sono di un’intensità, violenza e peso rari.FallingwaterWright

autore mai sentito prima, wiki mi aiuta ma non soddisfa la curiosità: stojan steve tesich (in serbo Стојан Стив Тешић, stojan stiv sešić; užice, 29 settembre 1942 – sydney, 1º luglio 1996) è stato uno sceneggiatore,drammaturgo e scrittore jugoslavo naturalizzato statunitense. ha preso l’oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1980 con  all american boys (breaking away) [altra mia dimostrazione di ignoranza abissale: mai sentito prima]

[..] sentirsi riconoscenti, considerarsi fortunati, è un compito gravoso. un lavorio costante della psiche per tenere tutto a fuoco. e arriva il momento in cui uno desidera prendersi un sabbatico dal significato. pag. 246

 

discorso di fine anno

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finito anche questo. veloce. troppo. ho letto meno, ho ripreso due chili. ho chiesto e, purtroppo, son stata esaudita. ho ricominciato da un’altra parte. ho corso tanto, mai avrei pensato mai di poter finire una mezza maratona. un km di corsa è come una goccia di en, con 8 sei a posto. ho pensato (tanto) prima di aprire bocca. son stata meno zitta con quelli che mi son interessati. son stata zitta e ho guardato gattemorte arrampicarsi sugli specchi e ho riso ferocemente vedendo i rossetti rossi su quelle che mi dicevano che per far bene la maestra non servivano rossetti rossi. son stata bene, o forse è meglio dire che son riuscita (forse ho imparato, forse) a gestire tutto meglio. ho finalmente passato del tempo a parigi, altra preghiera esaudita. vedo la gente che si incazza per niente, chiedo scusa per stronzate (che sembrano giganteschi problemi per altri) che voglio risolvere nel più breve tempo possibile perché davvero non mi interessa star a discutere, le ore che risparmio son quelle che mi servono per scegliere il rosso di un ennesimo rossetto, molto più importante delle questioni di principio di chi sbatte pugni e piedi. più stronza? si grazie. più rughe, più creme sul viso, più vitamine, più cura, più io, sempre di più. ascolto di più quello che hanno da dire le persone che hanno 6, 7, 8, 9 anni e che mi girano intorno lasciandomi sempre senza fiato. son quelle che hanno più bisogno di qualcuno che le ascolti e le guardi negli occhi. son loro che hanno bisogno di attenzione totale ed esclusiva, che ti chiedono 5 minuti per poi lasciarti sola nel prato a raccogliere la cartina del loro kinder bueno mangiato  a metà. e due giorni dopo ti interrogano per vedere se -lì sul prato- stavi attenta veramente o pensavi al menù della domenica della collega di cui (vedi sopra) non ti interessa zero. penso alla truppa di dida con infinita nostalgia e grande, grandissimo affetto.

IMG_8187f8b0c251554853df9e4f2f50122f6485che il 2015 non sia placido, grasso e muffo: che ci faccia bene, che ci veda ancora correre, urlare, sbraitare nei boschi da sole (terapia assoluta che possono permettersi solo miliardarie emotive), cantare in furgoniza per centinaia di chilometri, raggiungere posti mai visti, abbracciare persone appena conosciute, capire cose che ci son sfuggite fino adesso, ascoltare persone che sanno, non avere paura, fidarsi sempre di quello che sentiamo, cercar di uscir sempre bene con tanto di rossetto rosso (aiuta, aiuta, aiuta tantissimo) anche solo per andar in ufficio, a scuola, a far la spesa, piacetevi e se non vi piacete cambiate fino a piacervi, iniziate da adesso. i nostri demoni, alla fine, non se ne andranno da soli.

per me due cose: spero di dover studiare e voglio riuscire a correre una maratona negli ultimi mesi dell’anno, gli allenamenti partono a gennaio, se volete son qua.

grazie, vi voglio bene.

buoni propositi

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dal 2015 voglio essere meno generosa perché quest’anno, finalmente, mi sono stufata dei socialmente impegnati (impegnati soprattutto a far sapere quanto), di quelli che non ringraziano mai MAI, di quelli che io ti salverò perché io so come ti senti, di quelli che non chiedono mai scusa, di quelli che non chiedono mai per piacere, di quelli orgogliosi (ve lo potete mettere nel culo l’orgoglio e cantar giovinezza), di quelli che prima di dirti si ad un invito devono aspettare se viene fuori qualcosa di meglio e allora sono impegnati, di quelli che se non gli rispondi entro minuti a un messaggio ti chiedono se ce l’hai con loro, di quelli che usurpano territori personali, di quelli che occupano posti tuoi dell’anima perché credono possano diventare anche i loro (idem e ancora più fastidioso con le persone), di quelli che se ti chiamo adesso e non sei libero fra un minuto allora sei sempre occupato, dei salvatori della patria, di quelli che l’italia è un paese di merda, di quelli che non mi interessa ma è una questione di principio, di quelli che stai troppo sui social, di quelli che stan sempre sui social e “non ci sono mai” ma sanno che stai troppo sui social, di quelli che dopo anni che non li senti ti mandano una mail con scritto solo “ciao” e quando non rispondi ti ringraziano per la risposta e si eliminano da soli, di quelli che crederanno di riconoscersi qui.
avanti: leggerezza, a tonnellate, colazione, pranzo e cena.

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non sono i biscotti di alice

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il fatto che il martedì e il giovedì sera chéri sia in palestra e io faccia bancali di biscotti (a forma di zampa di micio, tacco alto e fiorellini) invece di farmi sollazzare da UN AMANTE non ha nessun senso. la pace dei sensi ha le mani sporche di farina e cioccolata fondente.

a natale mi metto a far biscotti. ogni natale, da qualche anno. due giorni di delirio e passa la paura. finché non li vedo a mucchi non smetto, poi li impacchetto. il mio divertimento grande è quello, non farli, non mangiarli: impacchettarli. pizzi, nastrini, quest’anno fiocchi rossi e cannella. quello mi piace, vestire a festa anche i miei biscottini che son tutt’altro che perfetti e squisiti. pare anche che in questi giorni di delirio (lavoretti a scuola che pare non siano mai pronti, bigliettini da sistemare dentro ai sacchettini con i lavoretti, regali da fare, valigia da pensare: metto o no il colbacco di volpa nera, eh si, se non lo metto là non lo metto da nessuna parte) far biscotti sia uno dei rimedi più efficaci ai colpi di stress natalizio e violento, uniti a km di corsa (anche di notte, anche da sola, anche col freddo) e occasionalmente qualche goccetta di en (sempre sia lodato).

l’idea era di partire anche stasera per andare a far 10 km ma son passata da ljuba in orario gastronomicamente rischiosissimo, son andata a cercarmela: appena entrata mi ha preparato una tartinetta con una purea di barbabietola rossa con sopra una sardina, ho cercato di dir di no. squisita. quindi no running però spesa propedeutica alla produzione serale di biscotti, 20 min. prima della chiusura del supermercato: 1 bottiglia di montenegro, mezzo chilo di burro e 4 buste di zucchero a velo. ho dato al tizio dietro di me in cassa (pagava 1,20 € di jogurt bianco magro) gli ingredienti per farsi un filmino da oscar del porno. neanche mi ha ringraziato.

zibaldone dei primi freddi -dicembre si è vendicato-

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10834118_10152683366298821_685638528_nalla fine ho capito: ogni scusa è buona per correre. telethon, ho corso in centro città venerdì sera dalle 7 alle 8. mi è piaciuto, mi son divertita e ho ricominciato a correre come si deve. runner di tutti i tipi: scapiccolati arroganti neanche dovessero battere un record  e siorette placidamente oscillanti incastrate in tessuti lucidi anni ’80, bravi tutti. mi colloco nel mezzo: corna luminose da renna abbinate ad una tenuta super tecnica -perché con il freddo non riesco a scherzare- e due regole di base:
1. le culone si superano per orgoglio personale
2. ai fotografi si sorride sempre.

quello che non ha fatto novembre, l’ha delegato ai primi 15 giorni di dicembre. deliranti. sabato ho iniziato a sentire un po’ di natale. ieri mi son messa a far pacchettini e pensierini. stamattina mio papà mi chiede se ho pagato la TASI.. neanche passato per il cervello, di lì passano poche cose, gran parte inutili e a forma di rossetto borse e tacchi, figurarsi se c’è spazio per imposte e affini. finché mi mandano i bollettini o le notifiche di pagamento a casa tutto ok, ma devo andarli pure io a cercare per pagare?

non ho ripreso a leggere, cerco di esser quanto più leggera possibile, mi è molto complicato ma in queste settimane diventa indispensabile: come aver cento palloncini pieni di elio sulle spalle: circolo vizioso che aiuta sempre.

come sono riuscita a sopravvivere ancora una volta a novembre (e non è neanche finito)

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lo odio.

mese infinito. arriva e non riesce a finire. ogni anno. non c’è sweet november che tenga. anche quest’anno sono sopravvissuta (ma mancano tre giorni e non posso ancora garantire.)

1. tagliatelo a metà. il 16 ho aspettato la mezza maratona con tutte le mie energie focalizzate sui piedi e le gambe. vi evito l’ennesimo pistolotto pro-running.il resto sembrava più facile. sembrava.
2. calze colorate. una volta scritto a lettere cubitali che il total black va sempre bene ma in alcun giorni (più di altri) il colore serve come terapia e che le calze color carne sono il male assoluto: sfogatevi. le ho di tutti i colori e come al solito, quelle che mi guardavano come fossi vestita in maschera fuori stagione, poi le hanno prese ma le mescolano come fossero vestite in maschera fuori stagione.
3. darsi obiettivi e tempi fissi e non estendibili per raggiungerli. io so che rendo di più sotto pressione e quando ho una meta da raggiungere. sono un esecutore. tu mi dici dove devo arrivare io faccio vado sbrigo e sistemo. automatismi che su di me funzionano.
4. avere un gatto di casa, per casa, che ci mette tre giorni ad imparare ad usare la gattaiola, con due perfetti imbecilli umani a far da personal trainer distesi uno dentro casa e uno fuori con crocchette e scatolette all’aragosta del maine; mentre il suo miglior amichetto di giochi in due minuti aveva già capito: dentro fuori divano copertina ok capito. tornare a casa e trovar in poltrona il tuo e sul divano disteso a profondamente addormentato il suo amico. si suppone ci siano party felini dalle 9 alle 5. li adoro.
5. mettersela via se non si riesce a leggere. per non tempo, non voglia o non entusiasmo. leggere non è un lavoro, non è neanche obbligatorio. son anni che non mi capitava di leggere così poco in un mese (di merda). verranno altri giorni (diceva il poeta, il mio poeta).
6. se già è un mese infame non serve prendersi zavorre ulteriori. c’è gente che se non ti tira per i piedi nella sua merda non è contenta. ma hanno paura di non trovare compagnia dove son loro? diteglielo che è pieno giù di là.
7. fare una cosa che non vuoi fare e che poi ti piace (ne avevi il sospetto). una ho detto. e si rischia, può anche andarti male.
8. non prendere ancora la cioccolata per i pacchetti di natale. perché poi a casa da sola, in piena PMS e crisi bulimica riscopri che un kinder è buonissimo, due son buoni, una scatola fa vomitare ed era meglio attaccarsi alla bottiglia della vodka, meno calorie.
9. prendersi un vestito nuovo, bellissimo a balette (si dice polka dots, eh). quello che quando arriva (già sei pronta a rimandarlo indietro per prenderlo di una taglia di più), lo provi e ti sta una meraviglia e quando lo vede chéri dice “ma non ne avevi già due a pallini?” segno dimostrazione e proclama evidente, inconfutabile di appartenenza all’universo cromosoma xy per cui diametro e circonferenza delle balette non sono tratto distintivo dell’abito.
10. occhiali neri e rossetto rosso anche se piove, se nuvolo e nonostante il colore verde della faccia che ti ritrovi davanti allo specchio certe mattine (sull’espressione da bulldog soprassiedo). quando ti fermi al semaforo e tiri fuori il rossetto e te lo metti in due mosse che neanche un samurai con la katana assassina, quello in fila a fianco non smetterà di fissarti e mancherà il verde che è già scattato, con tutto il casino di clacson a seguire. in altri mesi mandare baci, a novembre quel ghigno di perfidia che ci vien tanto bene.

e comunque finisce tutto. sempre. e finirà anche questo novembre.

immagine da tumblr

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