acque morte di w. somerset maugham

acque morte.jpgmeno bello del filo del rasoio ma sicuramente più affascinante. l’ambientazione parigina e salottiera del filo del rasoio è il mio habitat naturale, ma non posso negare che tipi come il dottor saunders hanno gioco facile (loro e le loro debolezze) con me. questo è un libro da maschi, di quelli che si vorrebbero perdere e riuscire a darsi prova di uomo vero, nei mari del sud. libro del 1932 ma di un’attualità che sbalordisce e sconcerta. la fuga e la ricerca continua della verità (che tanta parte hanno anche nel filo del rasoio) sono sempre le stesse nel 1932 e nel 2016 anche con la tecnologia, i motori e tutti quegli elementi che ci sembrano “facilitatori”, che poi lo siano davvero.. questa resta la fondamentale domanda.  il dottor saunders si fa dare un passaggio in barca dal capitano nichols. capitano nichols assoldato per “far sparire” fred, figlio scomodo di un politico in odor di elezione. mari placidi e in burrasca e isole che abbiamo sempre e solo avuto l’ardire di sognare, la storia si sviscera nelle ultime 50 pagine ma la curiosità più grande -i misteri del dottor saunders- non sono mai svelati, si intuiscono ma non sono scritti.

se vi piacciono navi, mari del sud, storie torbide e capitani loschi portatevi a rimini sotto l’ombrellone, o in sardegna in piazzetta all’ora dell’aperitivo anche cargo di simenon . il mare resterà sempre quello: sicuro, conosciuto, delle volte persino troppo caldo, tanto da diventar fastidioso ma, se vi sforzate abbastanza, se riuscirete a togliervi dal naso l’odore dell’olio di cocco spalmato sulla vicina agé, allora vi sembrerà di star in mezzo a una tempesta, con solo l’esperienza di un capitano e una scatola di travelgum a salvarvi.

il filo del rasoio di w. somerset maugham

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faccio la segretaria da vent’anni, caro signore, e la mia regola è sempre stata quella di credere tutte le persone che m’impiegano, pure come la neve appena caduta. ammetterò che quando una delle mie signore scoprì che aspettava un bambino da tre mesi, mentre il signore era a caccia di leoni da sei, la mia fede fu messa a dura prova. ma la signora fece un viaggetto a parigi, un viaggio molto costoso, le dirò, e tutto tornò a posto. la signora e io fummo molto sollevate.

qualcuno mi ha fatto ricordare che il filo del rasoio l’aveva consigliato libero marsell l’anno scorso attraversando il marais e le pagine di atti osceni in luogo privato. se conoscete libero marsell sapete di che cosa si parla, altrimenti avete l’estate per preparare l’esame di riparazione a settembre, è uno degli obbligatori contemporanei. atti osceni in luogo privato è obbligatorio contemporaneo che vi regala lista di quello che è indispensabile leggere/vedere e vi fa cadere fra le braccia dell’infinito somerset maugham.

il filo del rasoio è stato scritto nel 1944. l’ho letto d’un fiato, al sole, in costume a righe, con un cappellone extra large a righe, occhiali neri e barche a vela che partivano oltre il profilo delle mie lenti scure, perché l’indomani la bora sarebbe andata a 50 nodi. e con vento a 50 nodi e mare a seguire, si muove solo quello che vogliono loro due.finito questo ho iniziato, tre minuti dopo, acque morte, con la speranza di non subire nessuna interruzione per stile, clima, percezioni e brividi.

isabel (fanciulla americana di belle speranze) e larry (aviere sopravvissuto alla prima guerra mondiale) son sposi promessi. somerset maugham racconta la loro storia da spettatore. due anime nelle pagine: una è larry, indimenticabile per profondità e incertezze; l’altra è eliott (zio di isabel) dandy, frivolo, fedele a se stesso fino all’ultimo sospiro, deus ex machina. intorno una galleria perfetta di uomini e donne che alternano profondità e leggerezza, passioni e patemi, miserie e apparenze, sarcasmo e verità. dall’america -dopo il 1929- parigi si fa più presente, ma è una tappa per andare in india o sulla riviera francese e poi tornare a bere cocktail al ritz. non vi dico altro ma, fidatevi, è strepitoso.

– senza dubbio è più facile sopportare la rovina in un appartamento lussuoso, in un quartiere elegante, con un maggiordomo in gamba e una cuoca eccellente, tutto gratis,e quando, per giunta, ci si può coprire le ossa spolpate con un abito… chanel, mi pare?
– lanvin, – mi corresse ridendo isabel.

la cuoca di d’annunzio: i biglietti del vate a “suor intingola” . cibi, menù, desideri e inappetenze al vittoriale. di maddalena santeroni e donatella miliani

La-cuoca-di-dAnnunziol’antipasto-introduzione è di giordano bruno guerri, nuovo comandante -dal 2008- del vittoriale. mi ricordo lui, i suoi calzetti di lana in TV, i suoi libri; mi ricordo il vittoriale, li ho messi insieme e vien fuori di tutto. d’annunzio mi è sempre stato intorno. il vittoriale si deve vedere anche se si è solo appena appena attratti dagli anni 20/30, dal personaggio, dal lago che vi spinge lì. l’ultima volta non c’era nessuno, un sacco di anni fa, non c’era un grande sole, era maggio, ero tanto magra, e ci son arrivata in corriera. era un periodo di perfetta felicità astratta. la villa è straordinaria e ci si entra in silenzio, trattenendo il fiato per paura di disturbare e far incazzare gli spiriti e le spiritesse che ci sono. inconfutabili presenze. si respira fuori, passeggiando in giardino, a stemperare la tensione per non aver raccolto con gli occhi tutto quello che c’era. ma non abbiamo abbastanza spazio. “suor intingola” è la cuoca che d’annunzio si porta dietro da venezia a gardone, al secolo albina lucarelli becevello, una delle poche a scampare agli appetiti sessuali del vate. d’annunzio le scrive biglietti in quantità, ritrovati al vittoriale dopo la morte di d’annunzio quando lei se ne va per quello che doveva essere un periodo temporaneo, lasciando lì le sue cose, muore due anni dopo. d’annunzio non era particolarmente goloso, alternava digiuni a parchi pranzi a base di uova e frittate. si scusa per i suoi orari, per il disturbo che crea alla cuoca, si preoccupa moltissimo per le sue condizioni di salute, ordina menù per gli ospiti, commenta lapidario e si dimostra molto generoso. i biglietti sono riprodotti e la calligrafia è sempre riconoscibile. poi c’è tutto il d’annunzio dei tramezzini a torino al malussano e sul montenegro (amaro) se leggete bene l’etichetta.  libretto piacevolissimo anche se a volte ripetitivo. certo, se leggete tre libri in un anno, questo non rientra.

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il demone della frivolezza di giuseppe scaraffia

44498-il-demone-della-frivolezzal’ultima corsa che ho fatto è del 16 giugno. una tendinite assassina mi ha letteralmente immobilizzata. solo chi corre (indipendentemente dall’esser campione o pigra che si mette le scarpette ed è felice come la sottoscritta) sa cosa vuol dire esser costretto a non correre per non continuare a farsi male. in attesa del rientro in pista, che sarà tanto faticoso quanto consapevole, ho ritrovato il piacere di divorare un libro al giorno. piacere perso durante un inverno particolarmente solitario e affaticante.

altro sellerio. questo fa il paio con i piaceri dei grandi. son gemelli: di quelli che i genitori mandano fuori vestiti uguali ma che uguali non sono, certo hanno affinità e somiglianze, ma non son uguali.  mi son sempre piaciuti gli elenchi e anche questo demone, come i piaceri dei grandi, è un elenco alfabetico che infilza il superfluo (nodo immenso e fulcro di ogni pagina) in tutte le sue inutili declinazioni: da anello a vestaglia, passando per new york e venezia, inciampando sulla fellatio (anche proust!) in più di 200 pagine accattivanti, irresistibili e colte (al di là della mia portata… alcune pagine mi hanno fatta precipitare nell’abisso della mia ignoranza). futilità condivise dai grandi nomi della letteratura, arte, storia e politica che mi hanno fatta girare in spazi-tempi divertiti e incantati.

il mio tempo non è quello che sto vivendo. son un riflesso sbiadito, senza entusiasmi e con poco colore di quello che realmente ero più di 100 anni fa, probabilmente a parigi o giù di lì. lo so, ogni volta dopo una di queste immersioni, sempre di più, per certo.

snob di julian fellowes

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tutti nella vita meritano momenti di assoluta perfezione.

correva l’anno 2005. julian fellowes era -per me- esimio sconosciuto, già con in mano l’oscar per gosford park ma lontano da downton abbey. è stato letto e depositato nello scaffale, ha schivato lo sfalcio annuale e non è finito nel borsone dei libri da regalare solo perché della neripozza. un mesetto fa riemerge dal magma dei titoli nel gruppo di lettura preferito su fb. non ci faccio neanche caso finché passo davanti allo scaffale in sala e la coda dell’occhio mi cade sul dorso. lo riprendo, inizio a leggerlo e non mi ricordo di una precedente lettura fino a pag. 60. risultato regalato: me lo sono goduto doppio e sale sul podio dei pochissimi libri letti due volte. edith (sorprendendo pure una madre iper-proiettata nella costruzione di un futuro stellare per la prole) fa matrimonio jackpot e diventa milady. si pente e si ripente. punto a capo. palla al centro con lei campionessa. la trama non è niente ma l’allure e tutto il british che ne viene fuori è goduria assoluta, ancora di più in periodi di brexit. lady uckfield (la nobile, perfetta, inamovibile, sovrannaturale suocera che detiene poteri e maschi per le palle) è la prova generale, nel nuovo millennio, di lady violet di downton abbey.

pomeriggio passato a cercare un paio di orecchini di perle, un vestito rosso da abbinare all’appuntamento con il mio primo bloody mary (dopo questa lettura diventato inevitabile e quanto mai prossimo) e un mascara nero che sappia il fatto suo. tornata a casa con 25€ di voltaren in tasca in tutte le sue declinazioni e senza vestito rosso. i miei tendinetti stanno finalmente rispondendo bene (dopo 15 gg 15) o forse solo fingono.

non c’è abbastanza tabasco, la vodka è quella sbagliata e ti sei dimenticato il succo di limetta

si legge ridacchiando con la sicurezza che, se anche ci fosse ancora la monarchia in italì, non sarebbe mai la stessa cosa.
god save the queen

il 30/6/2016 è uscito, sempre suo, BELGRAVIA