“vedi che ha le maniglie delle cesoie in tinta con gli zoccoli da giardinaggio? beh non è un caso” (k.spacey – american beauty)

(venerdì) ho le mani che sanno ancora di aglio e di pesce. ho cucinato. cucinato come piace a me. con le finestre spalancate, ho messo l’acqua a bollire, stappato una bottiglia di un bianco di donnafugata lasciato in frigo per una giornata, aperto ha lasciato uscire quel che di gattopardo aveva. cucinato col bicchiere a portata di mano, vinicio capossela che invadeva con l’indispensabile le stanze e il giardino che, un pò troppo illuminato da candele ha attirato satanisti o esorcisti, a seconda del momento. ho preso i calamari, le seppie, i gamberi. con le mani ho sentito il fresco e il viscido e li ho aperti sotto l’acqua, puliti, mi son sporcata le mani col nero, tolto il midollino, le sacche, le interiora. sciacquati e risciacquati. con le mani di pesce ho preso a più riprese il mio bicchiere, capossela per le orecchie e ho sporcato con l’odore del pesce anche lui. il vino mi ha fatto cucinare esaltando un buonumore già meraviglioso, senza paura di schizzi, di odori, di sporcarmi una maglietta bianca, io fresca di doccia al profumo di cioccolata e vaniglia, a piedi scalzi e un paio di braghette stilose. intanto l’acqua ha iniziato a bollire e ci ho buttato dentro pochi pochi ravioli al limone, di quelli sardi fatti di fronte ai miei occhi dalla signora di pula. il pesce asciugato l’ho messo in frigo a macerare con un pò d’olio buono, sardo anche lui, e parecchi pezzi d’aglio, il prezzemolo non l’avevo proprio. i ravioli si son cotti in pochi minuti. Per scolarli la cucina è stata occupata da uno sbuffo da vapore caldo. una girata rapida a fuoco vivo con una noce di burro, una presa di semi di papavero e via .. scaraventati sui piatti rossi. se andate in sardegna provateli, sono estatici, il limone si sente al profumo e al gusto, mi son trovata scorzette di buccia in bocca che hanno rinfrescato anche il palato e sono andati a nozze col vino siciliano. e qui sardegna e sicilia son andate di pari passo, quasi in intima comunione d’intenti fra regioni a statuto speciale. Pausa. Amaca. bicchieri che son stati fatti parlare e bicchieri che hanno fatto parlare. Poco. l’aria calda delle notti di luglio, quando non serve mettersi nulla addosso sennon la consistenza messicana di un’amaca. Distesa, oscillante con la base del bicchiere sulla pancia. in pace, come se mi fosse nevicato dentro (anna maria, la donna della domenica docet). dopo un tempo imprecisato, i ravioli eran pochi, mi torna fame. prendo una piastra la faccio diventare bollente, condisco l’insalata e la giro con due cucchiai. prendo il pesce dal frigo. ci metto le mani dentro li giro un po’ per assicurarmi che abbiano ben fatto amicizia coll’olio e sbatto quei poveri animaletti sulla loro graticola che neanche san lorenzo e il suo martirio! in poco poco son sfrigolanti e pronti. taglio un limone in quattro e accomodo tutto in una pirofila bianca, di quelle pesanti, che dovrebbero tener calde le cose, ma non c’è nemmeno il tempo di far raffreddare il pesce. lo mangio con le mani, come si dovrebbero mangiare queste cose con abbondante limone spremuto che goccia fra le dita.
cosedolciPreferisco sempre il salato al dolce, finchè non mi trovo davanti un dolce al cucchiaio. ho incontrato i dolci al cucchiaio, mi ricordo il momento, ultimo anno dell’università, ad un matrimonio di amici, con il fidanzato dell’epoca, cagnetto uggiolante già in giro d’aria, e lo sapeva, per questo uggiolava. I dolci son serviti in giardino, sotto gli alberi in una calda serata di giugno non era ancora buio e l’indomani avevamo tutti un appello non mi ricordo di cosa. cromaticamente folgoranti abbinati al mio tailleur presidenziale color vaniglia che ora mai metterei, e non solo per il colore! quattro tavoli pieni di dolci: bellissimi da vedere, mangiati con dei grandi cucchiai d’argento, che si usano solo ai matrimoni! Belli. Ipercostruiti ipercomplicati anche se sembrano di una semplicità che a volte disarma. Disarma i semplici. Che non sanno come si fanno i dolci al cucchiaio. Non mi toccano le crostate, poco le torte, pochissimo le cose con la ricotta che non amo per niente. Ma i dolci al cucchiaio si. Perché son messi li alla fine di un pasto perché son l’asso nella manica di qualsiasi ristoratore, perché se quelli son fantastici, tutto è fantastico, perché non tutti arrivano al dolce. Momento assoluto di gratificazione sensoriale e mentale. Da godere senza strafogarsi, ma anzi lentamente facendo scivolare la lingua dentro al cucchiaio e lasciandone un po’ nel piatto, perché buona norma è alzarsi da tavola con ancora un po’ di fame. E dopo i ravioli e dopo il pesce, con ancora appena un po’ di vino, l’avevo davanti.

[…]

foto da www.piudolci.it

11 thoughts on ““vedi che ha le maniglie delle cesoie in tinta con gli zoccoli da giardinaggio? beh non è un caso” (k.spacey – american beauty)

  1. @zeromeno: non è un’impresa da poco ma con buona volontà e perseveranza ce la puoi fare.. ;)

    @rebusrebus: le mani odorano quando cuciniamo per piacere, non solo nostro. puzzano quando siamo infastiditi dal far da mangiare per noi -unici- stessi. condivido i tuoi odori.

    @paolo: “Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta”. sylvia plath

    @signor conte: questo è un Suo feudo. onorata.

    dd.

  2. Hai bevuto Donnafugata (lo sai che lo fanno nella mia città?) ti sei insozzata per cucinare, hai ascoltato Vinicio e poi hai mangiato quello che avevi preparato con le tu (letteralmente) mani; cosa di più dalla vita???
    Ad maiora, era un pò che non passavo di qua e allora il saluto vale anche per tre!!!

  3. A parte la bavetta alla bocca al pensiero del dolce (…io sono piuttosto goloso!), mia nonna era di Pula. Ho passato lì qualche estate quando ero piccolo e ho ancora i ricordi delle lacrime di quando, per correre cadevo fragorosamente buttando le mani, a ripararmi la faccia, riempiendole di sassolini che mia madre puntualmente, dopo avermi rimproverato per la mia eccessiva euforia, mi estraeva con un ago sterile. Ricordo il sole, ricordo la libertà, i sapori, le stradine tra le case, la tartaruga di una amica. D.

  4. Spettacolare il bicchiere che si fa bere mentre la gola si asciuga col calore dei fornelli; senza parlare dell’amaca col bicchiere sulla pancia.
    …un buon bicchiere…
    C…zara

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