doveva esser un commento al post precedente

note necessariedi jazz e di altri demoni vien da dire. leggo, sento, rimango a vedere le note che sbucano da una tromba e mi schizzano in giro accelerando quando arrivano vicino al mio viso. allungo una mano per incastrarle e metterle in gabbia, ma son già scappate, come tutto quello che si vuol metter in gabbia. già di jazz ho parlato. il mio jazz ha anche il rumore dei cd sfogliati in un negozio (quel tac tac che fanno le cicogne col becco quando sono innamorate), rumore di una stazione radio che non riesco a trovare mai, di libri di moccia buttati giù da uno scaffale, messi li apposta per esser buttati giù da uno scaffale, di racconti con nomi mai sentiti, di sguardi sorridenti, incazzati e freddi, di frasi cantate e spiegate, di un organo che ha anche un nome e non solo un suono di anima, di un’autobiografia di rava [note necessarie  € 22,00] che se fa stupendamente una cosa, non si può pretendere scriva anche bene: caotico, discontinuo con frasi scoordinate e sgrammaticate che mal si accompagnano al suono del cd allegato al libercolo della minimum fax. jazz che di mattina non si può, non si fa, sopporto male, jazz che con ballads di coltrane mi fa agitare e addormentare per innervosire sogni con impeti romantici che raramente di caratterizzano. mingus che fa uscire la parte nera di me: odio, violenza, cattiveria, astio, vergogna, sesso, vertigine che dev’esser stemperata da una bottiglia di vino. miles che va bene sull’odore delle orate al forno così come l’ho sentito per la prima volta con un’estate agli sgoccioli che faceva da sfondo. chet che mi fa pensare e correre sulle sue scale saltando due alla volte i gradini. Jazz che diventa quotidiano con sempre più pagine, sempre più cd, sempre più nomi e concerti, ma non vuole farsi conoscere o svelarsi, si fa leggere ma sfugge sempre, per poi sbucare anche in musica che non sapevo fosse jazz. e poi mi viene in mente una manciata di coriandoli tirati.

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3 thoughts on “doveva esser un commento al post precedente

  1. Ciao Dida, questo post mi era sfuggito in un momento di sciopero dal tango, da internet, dalla vita.

    Se siamo di quella razza, quando ascoltiamo jazz, o blues, o tango, o quello che vuoi, non è una scoperta, ma un riconoscere una parte di sè stessi.

    La grandezza di Rava – secondo me – va ben oltre la sua fama, forse ce ne renderemo conto tropo tardi, ma anche questa è storia gia’ scritta.

    Rimediati una copia di Repubblica del 24 febbraio 2008, pagg. 42-43…

  2. dell’importanza della statura musicale di Enrico Rava ormai siamo in molti ad averne preso atto, per fortuna.
    Mi ricordo che i primi vinile suoi, me li ha dovuti portare un amico da Berlino, perchè era più facile trovarli negli States o in Nord Europa che nella nostra italietta.

    Un imperfetto, armonico ritratto di Rava lo fece Enrico Cogno nei ’70.
    “…il salto lo avevi già fatto: avevi rotto i flirts con le nostre amichette borghesi, lasciato l’azienda di tuo padre. Con Gato Barbieri e Steve Lacy avevi già visto oltre la sponda del Po.
    […]
    Tu con i romani del free jazz, hai avuto il coraggio di fare la tua scelta.
    […]
    sei partito: con un’imboccatura così così, copiando Miles, seguendo le mode, facendo tanti trilli quando non ti veniva l’idea, ma hai avuto la meravigliosa faccia tosta di comprometterti con il jazz.
    […]
    Non sei bravo, Rava, solo perchè hai suonato a New York con Roswell Rudd. Sei bravo perchè hai saputo comprometterti sino al collo […] buttando fuori dalla tromba tutta la repulsione per questo nostro modo di vivere […]
    Ti sei buttato, Rava, hai avuto il coraggio di essere un pazzo di vivere.
    Per questo, bravo.”

    Anche qui da te,
    Dida,
    trovo bravura…
    improvvisi ritagliando stralci di frasi,
    parti dai patterns e, obliquamente, colleghi altri ricordi…

    scrivi con sWing,
    sai?

    tornerò a trovarti,
    Mr. Jazz

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