togliete i colori da praga

kafta-Praga_003b2003, era luglio, umido e caldo, a praga, con silvia e la mia reflex al collo, un appartamento in periferia, in una palazzina molto soviet preso senza sapere che ci avrebbe spaventate a morte il ritornarci in metro e a piedi di notte e di giorno, senza sapere che avremmo fatto reciprocamente finta di niente cagandoci in mano. vicino ad un cimitero, ce l’aveva trovato un amico di amici, jaromir. ci è venuto a prendere all’aeroporto e ci ha portate li, tutt’altro che in centro. due camere, due bagni, una cucinetta dove non abbiamo mai cucinato e un ingresso grandissimo. al piano terra. una casa come doveva essere quella dell’insostenibile leggerezza, che presa così non poteva avere riferimenti temporali al 2003. finestre grandissime con vetri sottili, niente scuretti, solo tende. due lettini e un comodino senza lampada. la notte la luce dei lampioni entrava e ogni rumore ci faceva saltar per aria. e il campanello suonava a ore strane, senza che nessuna delle due avesse il coraggio anche solo di pensare ad alzarsi. di praga mi ricordo benissimo questo nostro appartamento, che fa un pò la coppia con la tenda in marocco e mi fa ridere. è qualche settimana che ripenso alle mie partenze, ai viaggi, ai posti e alle persone che mi hanno portato via, o che ho portato via, o che ho costretto a partire. anche a me praga non è piaciuta come doveva. perchè, quello, è stato un anno di fughe improvvise a cercare cose in altri posti, lontano. perchè camminando cercavo me, e mi guardavo troppo in giro per vedere praga. non mi è piaciuta perchè era estate, lunga, infinita, caldissima e umida. non mi è piaciuta perchè doveva esserci la neve e far freddo e dovevo avere un colbacco bianco in testa e probabilmente non silvia vicina, che non la prenda a male. ma lei sa quante volte in giro ci siamo guardate negli occhi e ci siamo chieste "ma perchè sei TU qui?". mi è piaciuta molto ma molto di più barcellona nemmeno faccio paragoni da quanto mi è piaciuta di più. non mi è piaciuta perchè vedevo tutto troppo a colori. praga va vista in bianco e nero e va pure letta in bianco e nero. si devono vedere solo le vetrate liberty a colori. non mi è piaciuta perchè i colori erano troppo rumorosi per kafka, per chatwin, per kundera, per il cimitero ebraico, per la tristezza che sentivo e ho ascoltato nel ghetto. per le mie letture di praga, perchè anche le pagine dei miei libri son scritte con caratteri neri su fogli bianchi. anche le fantastiche avventure di kavalier e clay di michael chabon [pulitzer e quindi obbligatorio da leggere] son in bianco e nero. voleva esser solo un commento al post precedente, mi è venuta voglia di raccontare i miei posti. chissà.. vedremo, vi va di andare in viaggio con la zia? va bè.. dai, basta, che poi se non cogliete le citazioni faccio anche la snob intellettuale e m’incazzo.

tks foto http://www.retididedalus.it/Archivi/2007/febbraio/LETTERATURE_MONDO/Kafta-Praga.htm 

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20 thoughts on “togliete i colori da praga

  1. io ho visto Praga d’inverno, non con la neve ma con quel ‘tempo da neve’ in cui l’aria è umida, sembra quasi che ci siano le gocce sospese, una nebbia che non è proprio nebbia e la luce dei lampioni la sera quasi si riflette…. e con tutta l’illuminazione ‘gialla’ invece che bianca sembrava di essere immersi in un paese delle favole… bellissima!

  2. io ho visto Praga d’inverno, non con la neve ma con quel ‘tempo da neve’ in cui l’aria è umida, sembra quasi che ci siano le gocce sospese, una nebbia che non è proprio nebbia e la luce dei lampioni la sera quasi si riflette…. e con tutta l’illuminazione ‘gialla’ invece che bianca sembrava di essere immersi in un paese delle favole… bellissima!

  3. io ho visto Praga d’inverno, non con la neve ma con quel ‘tempo da neve’ in cui l’aria è umida, sembra quasi che ci siano le gocce sospese, una nebbia che non è proprio nebbia e la luce dei lampioni la sera quasi si riflette…. e con tutta l’illuminazione ‘gialla’ invece che bianca sembrava di essere immersi in un paese delle favole… bellissima!

  4. Io l’ho vista d’estate Praga, era l’agosto 2003. Come un sogno, la ricordo come un sogno.

    Oh Praga, Praga!….”aquella generosa tierra donde Mozart estrenó el Don Giovanni” …
    Insomma anch’io ho il mio “Racconto di Praga”, mi si è scritto negli occhi mentre ero lì, ma prima – molto prima di arrivare agli occhi – è partito dalle orecchie.
    Oh! Come mi piacerebbe spedire cartoline sonore!
    Eccoti, caro zio, il silenzio di Marianka, un silenzio che acquieta, che ti fa guardare le case e el strade come si guarda un orologio che funziona bene e ti rassicura dicendoti a che punto del tempo ti trovi, e se poi accosti l’orecchio ti accorgi del ticchettio… si, tutto procede…

    “Prendendo un tram alle 4 del mattino, di un mattino d’estate, alla silenziosa fermata di Marianka basta avere capelli neri, occhi scuri e un’aria solitaria per destare una sorridente curiosità. Ma è l’alba, il cielo delle cinque è il più mutevole e fatato. Scendo a Malastranska namĕsti, il mio obbiettivo è il Ponte Carlo, il ponte Carlo e tutti i suoi Commendatori; dormiente, silenzioso, libero dal fiume mattutino di turisti che gli scorre sopra senza sosta, un formicaio di magliette bianche, un formicaio operoso che segue diligente il lavoro forzato della vacanza organizzata.
    Questo fiume umano sul fiume visto da most Legij, lì dove per la prima volta vidi la dolce Urlava sorridermi come se mi conoscesse, appare incessante da mattina a notte fonda.
    Ma ora sono le cinque il cielo zaffireggia, tende al lilla, fresco fondale della notte; le stelle sono già tutte dietro le quinte, anche l’ultima ritardataria; un gruppo di operai sceso alla mia stessa fermata mi supera e avanza di buon passo commentando divertito la mia bislacca presenza, lì, a quell’ora tutta sola, con una pianta della città in una mano e una macchina fotografica nell’altra, vestita con tanto di sciarpetta come se fosse autunno inoltrato …
    è il 14 agosto, siamo a Praga ed io mi trovo alla porta del ponte Karlum, vengo dalla parte di Malá strana, ma le do le spalle, i miei occhi puntano verso Staré Mesto anche se ancora non lo vedono, non lo possono vedere, perché prima incontrano il ponte… liberato, vuoto. E le statue.
    Le statue che intuivo dal Ponte Legij, ma che avevo cominciato a immaginare da un punto del tempo e dello spazio molto più lontani, dalla quiete fantasticante del mio letto, a casa, duemila chilometri più a sud di qui… Ora, qui, da vicino, vedo solo ombre, sagome nere senza volto, figure ben ritagliate e sovrapposte su un cielo luminoso di lilla e oro.
    Non so ancora cosa cercare, la guida non mi guida. Da un balconcino di una casetta di Kampa, disegnata da un illustratore di una fiabe spunta una nonnina che annaffia i gerani.
    Ma dov’è? Dov’è il cavaliere? non lo vedo, non lo trovo; ecco qui San Vincenzo, San Prokopo, dovrebbe trovarsi fra loro, nulla: la guida continua a non guidarmi.
    Io seguo gli occhi e basta. Il cielo si rischiara e perde l’amabile trascolorante indefinitezza fatata, si allarga al giorno e si capisce bene che accoglierà senza compromessi solo la luce bianca. Il cielo traditore non le guarda più le nuvole messe in fuga, si dilata tutto ad accogliere un sole imperatore e trionfante. Manca poco, lo sento. Lo vedo che s’avvicina, scintilla da dietro Staremesto, scintilla e s’avanza.”

    Insomma tutto questo papello per dire che Praga, volendo (a ben guardare, spostando il punto del giorno da cui guardarla), è bella e magica anche d’estate.

    Parola di cicala viaggiatrice

  5. Io l’ho vista d’estate Praga, era l’agosto 2003. Come un sogno, la ricordo come un sogno.

    Oh Praga, Praga!….”aquella generosa tierra donde Mozart estrenó el Don Giovanni” …
    Insomma anch’io ho il mio “Racconto di Praga”, mi si è scritto negli occhi mentre ero lì, ma prima – molto prima di arrivare agli occhi – è partito dalle orecchie.
    Oh! Come mi piacerebbe spedire cartoline sonore!
    Eccoti, caro zio, il silenzio di Marianka, un silenzio che acquieta, che ti fa guardare le case e el strade come si guarda un orologio che funziona bene e ti rassicura dicendoti a che punto del tempo ti trovi, e se poi accosti l’orecchio ti accorgi del ticchettio… si, tutto procede…

    “Prendendo un tram alle 4 del mattino, di un mattino d’estate, alla silenziosa fermata di Marianka basta avere capelli neri, occhi scuri e un’aria solitaria per destare una sorridente curiosità. Ma è l’alba, il cielo delle cinque è il più mutevole e fatato. Scendo a Malastranska namĕsti, il mio obbiettivo è il Ponte Carlo, il ponte Carlo e tutti i suoi Commendatori; dormiente, silenzioso, libero dal fiume mattutino di turisti che gli scorre sopra senza sosta, un formicaio di magliette bianche, un formicaio operoso che segue diligente il lavoro forzato della vacanza organizzata.
    Questo fiume umano sul fiume visto da most Legij, lì dove per la prima volta vidi la dolce Urlava sorridermi come se mi conoscesse, appare incessante da mattina a notte fonda.
    Ma ora sono le cinque il cielo zaffireggia, tende al lilla, fresco fondale della notte; le stelle sono già tutte dietro le quinte, anche l’ultima ritardataria; un gruppo di operai sceso alla mia stessa fermata mi supera e avanza di buon passo commentando divertito la mia bislacca presenza, lì, a quell’ora tutta sola, con una pianta della città in una mano e una macchina fotografica nell’altra, vestita con tanto di sciarpetta come se fosse autunno inoltrato …
    è il 14 agosto, siamo a Praga ed io mi trovo alla porta del ponte Karlum, vengo dalla parte di Malá strana, ma le do le spalle, i miei occhi puntano verso Staré Mesto anche se ancora non lo vedono, non lo possono vedere, perché prima incontrano il ponte… liberato, vuoto. E le statue.
    Le statue che intuivo dal Ponte Legij, ma che avevo cominciato a immaginare da un punto del tempo e dello spazio molto più lontani, dalla quiete fantasticante del mio letto, a casa, duemila chilometri più a sud di qui… Ora, qui, da vicino, vedo solo ombre, sagome nere senza volto, figure ben ritagliate e sovrapposte su un cielo luminoso di lilla e oro.
    Non so ancora cosa cercare, la guida non mi guida. Da un balconcino di una casetta di Kampa, disegnata da un illustratore di una fiabe spunta una nonnina che annaffia i gerani.
    Ma dov’è? Dov’è il cavaliere? non lo vedo, non lo trovo; ecco qui San Vincenzo, San Prokopo, dovrebbe trovarsi fra loro, nulla: la guida continua a non guidarmi.
    Io seguo gli occhi e basta. Il cielo si rischiara e perde l’amabile trascolorante indefinitezza fatata, si allarga al giorno e si capisce bene che accoglierà senza compromessi solo la luce bianca. Il cielo traditore non le guarda più le nuvole messe in fuga, si dilata tutto ad accogliere un sole imperatore e trionfante. Manca poco, lo sento. Lo vedo che s’avvicina, scintilla da dietro Staremesto, scintilla e s’avanza.”

    Insomma tutto questo papello per dire che Praga, volendo (a ben guardare, spostando il punto del giorno da cui guardarla), è bella e magica anche d’estate.

    Parola di cicala viaggiatrice

  6. Io l’ho vista d’estate Praga, era l’agosto 2003. Come un sogno, la ricordo come un sogno.

    Oh Praga, Praga!….”aquella generosa tierra donde Mozart estrenó el Don Giovanni” …
    Insomma anch’io ho il mio “Racconto di Praga”, mi si è scritto negli occhi mentre ero lì, ma prima – molto prima di arrivare agli occhi – è partito dalle orecchie.
    Oh! Come mi piacerebbe spedire cartoline sonore!
    Eccoti, caro zio, il silenzio di Marianka, un silenzio che acquieta, che ti fa guardare le case e el strade come si guarda un orologio che funziona bene e ti rassicura dicendoti a che punto del tempo ti trovi, e se poi accosti l’orecchio ti accorgi del ticchettio… si, tutto procede…

    “Prendendo un tram alle 4 del mattino, di un mattino d’estate, alla silenziosa fermata di Marianka basta avere capelli neri, occhi scuri e un’aria solitaria per destare una sorridente curiosità. Ma è l’alba, il cielo delle cinque è il più mutevole e fatato. Scendo a Malastranska namĕsti, il mio obbiettivo è il Ponte Carlo, il ponte Carlo e tutti i suoi Commendatori; dormiente, silenzioso, libero dal fiume mattutino di turisti che gli scorre sopra senza sosta, un formicaio di magliette bianche, un formicaio operoso che segue diligente il lavoro forzato della vacanza organizzata.
    Questo fiume umano sul fiume visto da most Legij, lì dove per la prima volta vidi la dolce Urlava sorridermi come se mi conoscesse, appare incessante da mattina a notte fonda.
    Ma ora sono le cinque il cielo zaffireggia, tende al lilla, fresco fondale della notte; le stelle sono già tutte dietro le quinte, anche l’ultima ritardataria; un gruppo di operai sceso alla mia stessa fermata mi supera e avanza di buon passo commentando divertito la mia bislacca presenza, lì, a quell’ora tutta sola, con una pianta della città in una mano e una macchina fotografica nell’altra, vestita con tanto di sciarpetta come se fosse autunno inoltrato …
    è il 14 agosto, siamo a Praga ed io mi trovo alla porta del ponte Karlum, vengo dalla parte di Malá strana, ma le do le spalle, i miei occhi puntano verso Staré Mesto anche se ancora non lo vedono, non lo possono vedere, perché prima incontrano il ponte… liberato, vuoto. E le statue.
    Le statue che intuivo dal Ponte Legij, ma che avevo cominciato a immaginare da un punto del tempo e dello spazio molto più lontani, dalla quiete fantasticante del mio letto, a casa, duemila chilometri più a sud di qui… Ora, qui, da vicino, vedo solo ombre, sagome nere senza volto, figure ben ritagliate e sovrapposte su un cielo luminoso di lilla e oro.
    Non so ancora cosa cercare, la guida non mi guida. Da un balconcino di una casetta di Kampa, disegnata da un illustratore di una fiabe spunta una nonnina che annaffia i gerani.
    Ma dov’è? Dov’è il cavaliere? non lo vedo, non lo trovo; ecco qui San Vincenzo, San Prokopo, dovrebbe trovarsi fra loro, nulla: la guida continua a non guidarmi.
    Io seguo gli occhi e basta. Il cielo si rischiara e perde l’amabile trascolorante indefinitezza fatata, si allarga al giorno e si capisce bene che accoglierà senza compromessi solo la luce bianca. Il cielo traditore non le guarda più le nuvole messe in fuga, si dilata tutto ad accogliere un sole imperatore e trionfante. Manca poco, lo sento. Lo vedo che s’avvicina, scintilla da dietro Staremesto, scintilla e s’avanza.”

    Insomma tutto questo papello per dire che Praga, volendo (a ben guardare, spostando il punto del giorno da cui guardarla), è bella e magica anche d’estate.

    Parola di cicala viaggiatrice

  7. fate piano, tutti, fate piano, non fatevi vedere, che non se ne accorga, nascondetevi dietro alle colonne, distendetevi fra l’erba alta, che la zia farolit non s’accorga che la carta dove ha scritto è a portata di occhi. perchè li dove la si poteva trovare di solito, da metà maggio quel posto è deserto. ogni tanto la si trova in giro, ma è rapida a scappare e non c’è tempo per avvisare gli amici.. fate piano, in silenzio, non spaventatela adesso che per un momento è ricomparsa.

    shhhhhhh

    dd.

  8. fate piano, tutti, fate piano, non fatevi vedere, che non se ne accorga, nascondetevi dietro alle colonne, distendetevi fra l’erba alta, che la zia farolit non s’accorga che la carta dove ha scritto è a portata di occhi. perchè li dove la si poteva trovare di solito, da metà maggio quel posto è deserto. ogni tanto la si trova in giro, ma è rapida a scappare e non c’è tempo per avvisare gli amici.. fate piano, in silenzio, non spaventatela adesso che per un momento è ricomparsa.

    shhhhhhh

    dd.

  9. fate piano, tutti, fate piano, non fatevi vedere, che non se ne accorga, nascondetevi dietro alle colonne, distendetevi fra l’erba alta, che la zia farolit non s’accorga che la carta dove ha scritto è a portata di occhi. perchè li dove la si poteva trovare di solito, da metà maggio quel posto è deserto. ogni tanto la si trova in giro, ma è rapida a scappare e non c’è tempo per avvisare gli amici.. fate piano, in silenzio, non spaventatela adesso che per un momento è ricomparsa.

    shhhhhhh

    dd.

  10. Io ho visto Praga ad Aprile dello stesso anno. Era un momento particolare. Stavo togliendo una pelle. La nuova non era ancora fresca e sensibile. E forse questo filtro rendeva ai miei occhi Praga una Parigi di minore, una Norimberga vivace. E la sensibilità acuita mi faceva da filtro, vedevo i colori nei ponti, le piazze, il castello e il bianco e nero nei vialoni, nei cantieri, nelle caotiche strade e nei palazzoni.
    Mi dava l’idea che dovesse appena cominciare a dire piuttosto che doverla ricordare per quello che già aveva detto. Mi sembrava che fosse ancora un bocciolo di gente.
    Barcellona l’ho vista a distanza di un anno. La nuova pelle era già duretta ad Agosto 2004. Mi è sembrata un’arida Milano di mare in cui avessero incastonato dei diamanti taglio Gaudì. Un brutto imballo a contenere alcuni preziosi. E anche lì quella specie di autofiltro. A colori Gaudì, il resto di un bianco e nero da neorealismo italiano. Una città che ha già detto tutto e paga con la putrefazione il prezzo di una crescita economica notabile.
    Ma sì sa che sono
    a) Bastian contrario.
    b) ibericofobo.

    Aloha

    Franco

  11. Io ho visto Praga ad Aprile dello stesso anno. Era un momento particolare. Stavo togliendo una pelle. La nuova non era ancora fresca e sensibile. E forse questo filtro rendeva ai miei occhi Praga una Parigi di minore, una Norimberga vivace. E la sensibilità acuita mi faceva da filtro, vedevo i colori nei ponti, le piazze, il castello e il bianco e nero nei vialoni, nei cantieri, nelle caotiche strade e nei palazzoni.
    Mi dava l’idea che dovesse appena cominciare a dire piuttosto che doverla ricordare per quello che già aveva detto. Mi sembrava che fosse ancora un bocciolo di gente.
    Barcellona l’ho vista a distanza di un anno. La nuova pelle era già duretta ad Agosto 2004. Mi è sembrata un’arida Milano di mare in cui avessero incastonato dei diamanti taglio Gaudì. Un brutto imballo a contenere alcuni preziosi. E anche lì quella specie di autofiltro. A colori Gaudì, il resto di un bianco e nero da neorealismo italiano. Una città che ha già detto tutto e paga con la putrefazione il prezzo di una crescita economica notabile.
    Ma sì sa che sono
    a) Bastian contrario.
    b) ibericofobo.

    Aloha

    Franco

  12. Io ho visto Praga ad Aprile dello stesso anno. Era un momento particolare. Stavo togliendo una pelle. La nuova non era ancora fresca e sensibile. E forse questo filtro rendeva ai miei occhi Praga una Parigi di minore, una Norimberga vivace. E la sensibilità acuita mi faceva da filtro, vedevo i colori nei ponti, le piazze, il castello e il bianco e nero nei vialoni, nei cantieri, nelle caotiche strade e nei palazzoni.
    Mi dava l’idea che dovesse appena cominciare a dire piuttosto che doverla ricordare per quello che già aveva detto. Mi sembrava che fosse ancora un bocciolo di gente.
    Barcellona l’ho vista a distanza di un anno. La nuova pelle era già duretta ad Agosto 2004. Mi è sembrata un’arida Milano di mare in cui avessero incastonato dei diamanti taglio Gaudì. Un brutto imballo a contenere alcuni preziosi. E anche lì quella specie di autofiltro. A colori Gaudì, il resto di un bianco e nero da neorealismo italiano. Una città che ha già detto tutto e paga con la putrefazione il prezzo di una crescita economica notabile.
    Ma sì sa che sono
    a) Bastian contrario.
    b) ibericofobo.

    Aloha

    Franco

  13. :-)
    era un’alba, scolorante, il racconto prosegue a tinte forti nel sottolabirinto del castello …

    … son qui, m’aggiro, spesso silente e sorridente, ci sono, anche senza parole scritte, non scappo… torno, tono sempre da qualche parte, anche qui …

    pciùk!

  14. :-)
    era un’alba, scolorante, il racconto prosegue a tinte forti nel sottolabirinto del castello …

    … son qui, m’aggiro, spesso silente e sorridente, ci sono, anche senza parole scritte, non scappo… torno, tono sempre da qualche parte, anche qui …

    pciùk!

  15. :-)
    era un’alba, scolorante, il racconto prosegue a tinte forti nel sottolabirinto del castello …

    … son qui, m’aggiro, spesso silente e sorridente, ci sono, anche senza parole scritte, non scappo… torno, tono sempre da qualche parte, anche qui …

    pciùk!

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