revolutionary road

revolutionary_roadil fotoracconto della pan am oggi su repubblica calza a pennello. vita della piccola borghesia americana anni ’50, tra atrocità nascoste da finti sorrisi e dove tutto deve andare bene, un bene di facciata per nascondere le imperfezioni e le crisi, dietro alla palizzata di legno dipinta di bianco e il prato che dev’essere, in successione esponenziale, per forza più verde di quello del vicino. non ho visto il film e forse nemmeno lo vedrò perchè già il libro mi ha fatta rabbrividire, c’è la verità in 400 pagine di pudori, di insoddisfazioni di coppia, di vite già scritte e predestinate, di mariti che portano la sposa in braccio lungo il vialetto e sanno di aver fatto il più grande errore della loro vita. l’america anni ’50 ne esce a pezzettini e sullo sfondo si vedono doris day,  qualcuno volò sul nido del cuculo e le illustrazioni di norman rockwell.  april e frank sono giovani, hanno due figli, una bella casa in campagna, lui lavora in città e lei fa apple pie e aperitivi gelati la sera solo per il marito e per gli amici, il tutto coperto da una pellicola pesantissima di ipocrisia che invece di proteggerli, li soffoca. edizione  molto particolare della minimum fax di richard yates revolutionary road è del 1961 rieditato ora per € 18.   
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14 thoughts on “revolutionary road

  1. Sapevo che c’era qualcosa, che non andava, sotto la scorza.
    Qualcosa come in “Danimarca ” (Sk.peare. Amleto)… qualcosa di talmente grande da soffocare la guerra di Corea.
    Ed è stato il crinale fra una vita precedente.. alla crisi del ’29, strascinata avanti come a tirar su, per una coperta troppo corta, un troppo lungo lenzuolo. Un tirar su lenzuola fino all’apoteosi apocalisse della II guerra mondiale, fuochi del Redentore di Hiroshima inclusa e poi… ogni scusa è finita.

    Non ci sono più nè scuse, nè piccoli Itler nè manipolazioni… nè pericoli nè febbri gialle (c’era la penicillina) nè fattori K, al di là delle balle: nessuno temeva i comunisti, nella baia di New York.

    La vita precedente, compreso il fordismo e dalle ferrovie del west, dagli Hoboos agli anarco-sindacalisti americani, financo a i barboni e a Woody Guthrie, a Steinbeck di Dinamite, o della Valle dell’Eden, o alla Corriera Stravagante (fin oltre, come dicevo, alla crisi del ventinove, pur trascinata avanti, la questione) era… una vita possibile, una vita americana.
    La vita (e non la vite..  ) americana era… ecocompatibile, come diremmo ora; dopo, dal giocattolo di Hiroscima, Los Alamos, i piani marshall di sfruttamento e di ricostruzione (di impadronimento) non lo è più stata.

    Non è più stata vita “possibile ”, o (non “eco ”, ma) non più vita-compatibile. La vita americana.
    Loro mica lo sapevano, ed anche adesso rifiutano di vederlo, con i loro condizionatori che assorbono le cascate del Niagara, le loro auto da 7.500 di cilindrata, i loro bombardieri ai neuroni per distruggere cortei funebri ed autobus di bambini… Non vogliono saperlo neanche ora, e quella volta il massimo che riusciva a fare Keruac e compagni era farsi di benzedrina.
    Gary Snyder doveva ancora farsi buddhista, e Ginsberg era solo omosessuale. Jerry Rubin una macchietta antifamiliare.

    Ma era la vita in sè, a dirsi di essere impossibile. Lo “sviluppo”, cioè l’espansione delle modalità delle successive rivoluzioni industriali (non dico “capitaliste”, perchè quelle “socialiste” non lo erano da meno) avevano superato il crinale… della “vita possibile ”, pur trascinando la storia fin oltre la seconda guerra mondiale.

    E quello che vien fuori è sempre osceno e terribile, spaventoso, come il centro della nube, del fungo nucleare, in qualche foto.
    E siamo, siamo stati tutti Enola Gay che vedevano lo spettacolo, del sorgere di un nuovo sole, mai visto prima. La distruzione delle risorse planetarie, la distruzione del pianeta.

    Ovvio che le famiglie americane, nell’occhio del ciclone, iniziassero a sorridersi, sgozzandosi (o sgozzando le loro vite), come agnelli sacrificali… che si fanno leoni. Si mostrano leoni.

    Mi è bastato leggere Truman Capote 200 anni fa, più o meno, per capire che era succulenta di sangue e atrocità, la torta di mele. E mi fu e mi sarebbe stata.. droga (il sapore del sangue, sulla carta.. inebria.,) non avessi dismesso il genere pensando di avere “capito”, ovvero di avere almeno inteso gli ingredienti e il profumo.

    Temo che non leggerò il tuo libro, dolce Dida, nonostante il risultato, gastronomico, del mio piatto.. non sia certo azzeccato.

    E’ come quando chiedi a qualcuno, che non sia italiano, di abbozzare gli spaghetti, avendone una grossolana percezione.
    Una volta un gruppo di spagnoli, carinissimi e graziosissimi, che facevano i braccianti con me –cioè le bestie da soma- nel Midi Francese, mi dissero di adorare tale piatto, a colazione.
    Mettevano la pasta nell’acqua fredda e, condotta a bollore, li facevano cuocere per mezz’ora. Senza sale. Quindi, ci imbottivano il pane.
    E per loro era ottima, la pasta italiana.
    Così io, con la torta americana. Navigo alla mia maniera, e cucino alla moda bizzarra.
    O alla “selvaggia”, come si suol dire. Ciò nonostante, spesso ne escono piatti anche stravaganti ma gustosi, cioè più che mangiabili.
    “Potabili” come si dice fra le natie rupi.
    Scusate se come al solito… sono andato… fuori campo e fuori tema.
    (ma bisogna pur commentare “qualcosa”, alla nostra diletta.
    Che non si senta negletta e trascurata In attesa del post sulla moda.

    Di Truman Capote, il riferimento era, ovviamente, “A sangue freddo ”, che forse non ho neppur terminato.
    Degli altri tutti sanno tutto, credo.
    Dello scavalcamento… degli scenari del “possibile”.. alle dimensioni dell’ “impossibile”… non so se nessuno ne abbia mai parlato.
    E’ un’analisi mia, generata “qui e ora”, a perfetto gioco o divertimento di Dida, ed a suo esclusivo, leggiadro –e leggero- intrattenimento. Capace che non sia scema.
    Cioè che lavorandoci sopra un poco, diventi una lettura ed una griglia plausibile, una chiave di decrittazione delle cronache poliziesche, e giudiziarie, che lei tanto ama. Ovvero uno schema o uno spunto di lettura, di una fascia del reale.

    Ma c’è, indubbiamente, di metterci mano. Ne ho buttato l’ossatura.

    Un inchino.
    Flavio

    Truman Capote.
    A sangue freddo (1966) fu, nelle intenzioni dell’autore, il capostipite di un nuovo genere letterario, il “romanzo verità”, e la sua stesura scosse Truman Capote al punto da fargli dire che “nella mia vita nulla sarà più come prima”.
    In una famosa intervista successiva, Capote affermò che in uno dei due giovani assassini protagonisti del fatto egli aveva intravisto chi sarebbe stato se non avesse intrapreso una vita diversa, uscendo dalla propria triste infanzia dalla porta principale piuttosto che da quella sul retro, come invece accadde per il protagonista del romanzo, accomunato allo scrittore da molti aspetti: la madre alcolizzata, il padre assente, la solitudine, l’abbandono affettivo e il disprezzo della gente.

    (questo pezzo.. tagliato da wiki. Per fare prima).

  2. @fabio tantrico: condivido tutto e di tutto. di truman siamo amanti da tempo, abbiamo raccolto sfuriate e interviste e senza averne un goccio, di quel sangue freddo che servirebbe così tanto in tali frangenti, a ben guardare.
    non lo legga nel suo rifugio monastico, lo eviti pure, non servirà. questo libro pare un ritratto, un rubare dalla finestra panoramica che dà sul parco, nemmeno attraverso il buco della serratura che dovremmo accucciarci, troppo in bilico sui nostri tacchi a volte troppo alti.. poco ossigeno lassù. che l’equilibrio è una cosa seria.
    qualche sera fa mi son trovata ad una cena che un pò sembrava una di queste visioni dove il sorriso dei partecipanti è -per contratto- incollato al viso, e non se ne può fare proprio più a meno fino ai saluti e ai baci finali di un “ci vediamo presto” vestito –male- da un più onesto “a mai più” . immagino che tutti avranno avuto altro per la testa, io la necessità sovrana di prendermi una di quelle mezze sbronze sopportabili gioiose ma non gaie, che fan passare la serata e dormire bene comunque. per non pensare alle portate, misere misere ma annunciate come prodotto da uno chef estroso e sbalorditivo: altro non era che una quota di tutto quello che si vende al bancone gastronomia di un supermercato -mediocre- che nemmeno ci tiene poi tanto a farsi ricordare da una clientela mai fidelizzata. altro è stato farsi coccolare dalle voci e dai discorsi dei miei amici, legati indiscutibilmente alle mie passioni librarie e vinicole. altro è stato bagnarsi i piedi con le unghie appena pittate di scuro su un paio di sandali gotici, superbi, arroganti e sfacciati, visto l’acquazzone. altro è stato scendere i gradini della notte con le spalle nude perché l’umidità mi si attaccasse addosso.

    dd.

  3. «No, non sarà così per noi, noi siamo diversi, non annegheremo nella ruotine e nelle frustrazioni di tutti i giorni.»

    ho visto il film non male, ma dir poco soffocante, una gabbia di ipocrisia e menzogna a tratti fastidioso, una gabbia emozionale senza via di uscita..
    Neanche troppo lontano dai nostri giorni, direi per molti versi attualissimo, in fondo non si discosta di molto dalla società attuale…
    Le balle che ci hanno raccontato sull’amore eterno, il matrimonio come arrivo e certezza di felicità, il sogno americano e le proiezioni di immagini caricate di colore hanno ingannato generazioni, ingabbiato talenti, addormentato pulsioni, aumentato frustrazioni dando spazio a una imperante ipocrisia…

  4. la pan am è stato un mito! quando ero a san francisco mi son trovata di fronte ad un negozio dove vendevano -rifatte- borse borsine borsette portafoglini e portafoglietti dell’epoca. non ho ovviamente resistito. una bella borsona che mi ha corso dietro in ongni viaggio arancione e celestre, inddistruttibile e mitica.

    dd.

  5. Ma.. stamane… è scomparso un commento, o sbaglio?

    Mi sono forse tra/sognato tutto?
    Non credo sia stato un’abbaglio.

    (sono sconcertato… dalle “mutazioni”. Mi fanno saltar puntate.
    Mi si rompe il filo, mi perdo.
    qual’è.. il capo buono?
    quello del silenzio o quello dell’affermazione?

    sono entrambi uguali, cioè.. lo stesso.

    Ora.. manca l’altro ed viene anche meno l’uno…
    ne sono sconcertato.

    ma.. non ho bevuto.
    chiedo.. un’amabile indicazione.
    a me, che faccio la domanda.
    non forzatamente urbis, et orbis.
    Su qualsiasi piano di realtà. Se vuoi, anche su quello di sogno. Telepatico-grafia, fonogramma cablogramma.
    Posta pneumatica esclusa, che qui non funziona.

    faresti (e mi sarebbe..) cosa lieta.

    Il commento mangiato, la secchia/seppia rapita. E’ giallo.

    Un sorriso.

  6. Tz..
    non è una risposta; è una valutazione d’attenzione.

    ma.. non hai finito le schede? non era finita la fatica annuale?
    o fai come il berlusca, o squisita, che ad una (lui ad ogni) domanda risponde con un’altra cosa?

    :-)

    Non dirmi (ti prego) che è colpa delle sinistre. Perchè è vero. Qui.
    (ed anche fuori di qui, ma non buttiamola in politica, in questa disarmante, e disarmata situazione.
    Restiamo sul salotto.. qui. Sui petezzi, come dici tu. Dei quali chiedo.
    Anche sottovoce, o sussurrati all’orecchio.

    Perchè è tutta colpa della politica, che ci ha resi attenti alle cose.
    (Restando… sui loghi comuni).
    Cioè critici. Cioè intelligenti. Cioè qui.

    In attesa, come vecchi confuciani, del tuo faro.

    Della tua lama (fa “thriller”) o del tuo fascio di luce. (genere poliziotti-sbirri).

    seduto, sulla riva del lago, attendo.

    Un sorriso da far svenire i denti.
    Da sciogliere i ghiacci del polo,
    da far cedere o rompere qualsiasi indugio.

    Dida-divina.
    ;-)

    risposta di so-stanza, non di circo-stanza.

    Al “come gira.. l’uva”.. fra silenzi e le-zioni, ri-mozioni e mozioni, e…mozioni?

  7. se voglio che la mia anima si salvi -badi bene chi legge, la mia anima- serve che risponda al monaco, come ho già fatto in separata sede all’amico groove.
    ho cancellato il commento. ebbene si.
    perchè non mi ci son ritrovata, perché era a ben vedere troppo personale, perché non è il tono giusto per questo salotto estivo. Perché prima di tutto son femmina, prima di tutto, e in balia degli ormoni, dei cambiamenti d’idea, dei cambiamenti d’umore e spesso anche degli eventi.
    come adesso, che si pettinano le streghe.

    dd.

  8. D:D.:
    Lei è Deliziosa.
    Non bastano gli inchini di un miliardo e mezzo di cinesi, con o senza codino.

    Ci vogliono gli inchini di tutta la federazione intergalattica, da star-trek a guerre stellari.

    Esprimo pubblicamente la mia gratitudine più dispiegata ( le mie notti sono già sufficientemente inquiete… fra prediche/preghiere e meditazioni..) e i miei crucci -a differenza dei ragli d’asino- devono aver commosso il cielo.

    Sarò messo a parte del quarto segreto di fatima credo, sui nuovi colori dei brillantini della moda inverno/estate.

    Ma non svelerò il mistero.
    Solo le elegantissime lo intuiranno da sole.

    Grazie per il plebiscito.. (che non ho dubbi ci sia stato), che ha “perorato la mia perorazione”.
    Più partecipazioni che al referendum.
    Ne sono emozionato e turbato.

    Un buon pomeriggio ad ognuno.

    (in cambio dell’attenzione una copia del rapporto Kinsley a tutti.
    Griffato/graffiato dal vincitore dell’American cup.. o del Rally di Montebelluna a scelta. E gadget adesivi.

    Inchino e sorriso sperticato a tutti.

    (scusate la mia “tigna” ma.. si tratta solo di mia curiosità, caparbia e cocciuta. Tigna appunto.
    dida è troppo gentile.
    passo e chiudo

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