omaggio a sarajevo [5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996]

ultimo tango a sarajevo

il novantaquattro, 8 marzo.
la sarajevo degli amanti non si arrende.
sul tavolo l’invito per il matinée di danza allo sloga.
naturalmente ci andiamo!

i miei pantaloni sono un po’ logori,
e la tua gonna non è proprio da via veneto.
ma noi non siamo a roma,
noi siamo in guerra.

arriva anche jovan divjak. dagli stivali si vede
che viene direttamente dalla prima linea.
quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
per la prima volta ballerai con un generale.

il generale non immagina l’onore che ti ha fatto,
ma, a dire il vero, anche tu al generale.
ha ballato con la donna più celebrata di sarajevo.
ma questo tango – questo è solo nostro!

per la stanchezza ci gira un po’ la testa.
mia cara è passata anche la nostra magnifica vita.
piangi, piangi pure, non siamo in via veneto,
e forse questo è il nostro ultimo ballo.

Izet Sarajlić – 1994
— presso Bascarsija, Sarajevo.

 “tornata da due giorni non so ancora cosa scrivere. metto queste foto di una città che di cose da dire ne ha tante. e parla con le scritte sui muri ma anche coi buchi sui muri. quei buchi che sono quanto di più vicino alla guerra io possa aver mai toccato. di una guerra che sembra una cosa da tv, talmente lontana da confondere film con immagini vere. qui no, qui non ti confondi, ci si mette le dita dentro a quei buchi di proiettili, sui muri delle case che non son ancora state sistemate. e certe foto non sono state fatte perché certe cose, non vanno fotografate, punto e basta. mi rimangono negli occhi le due rose di sarajevo che ho scovato per terra quasi andate via e quelle nei giardini delle moschee. il profumo dei tigli su una collina lontana dal centro, bevendo una bosanska kava dove anche il caffè ha preso la forma della mezza luna. l’acqua bevuta in tutte le fontane. il pane, caldo profumato, che sa di pane vero. i burek a tutte le ore del giorno dalle ragazze con il velo. i lokum che hanno creato immediatamente dipendenza. le cose che ho capito solo perchè all’università mi son fissata sul corano, tutte le altre che non son riuscita a cogliere e non me ne sono neanche accorta. i brividi ad attraversare strade che erano come condanne a morte e quelle a vedere le stelle di david gialle in una sinagoga dismessa. e ancora feticci delle SS a vendere. i sufi che non hanno mai aperto la porta. le file di tombe con la stessa data di morte, quel 1992 che diventa “solito”. e su tutto questo, sui pensieri che non se ne sono stati buoni, sulle inquietudini mai sopite, sulle emozioni laceranti, su tutto quello che mi è rimasto negli occhi, una cretina -italiana- che litiga col moroso, non finisce il burek che ha davanti, piange, si mette gli occhiali da sole perchè piange, tira fuori dalla borsa un libro di diritto e si mette -a far finta- di studiare, con tanto di evidenziatore verde.
per la cronaca poi hanno fatto pace, li ho incrociati ore dopo, mano nella mano, son andati a cena.”

dida 16 agosto 2010 poi sarajevo da leggere anche qui e qui

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