comfort food

gnocchi-di-patate

la minestra di patate. pieni anni ’70. in asilo c’era una cuoca che si chiamava solidea, la chiamavamo soli, ero la figlia della maestra, la bambina peggio trattata della scuola (chi ha avuto una mamma maestra sa di che cosa parlo). non si sa per quale incredibile motivo, un giorno sono riuscita ad entrare in cucina. era una cucina nuova di una scuola nuova. per la prima volta mi trovavo altezza mobile in uno spazio sacro tutto alluminio. non riuscivo neanche ad arrivare con lo sguardo al piano di lavoro. vedevo dal basso solo il vapore risucchiato dalla cappa, una pentola grandiosa con dentro la minestra di  patate. di quel momento in cucina mi ricordo oltre alle pareti d’argento il profumo della minestra, come ci fossi caduta dentro. non ne ho mai più mangiata una con lo stesso sapore.

il sugo con il basilico di mia nonna wanda. faceva i vasi di conserva d’estate. la cucina con tutte le finestre aperte era illuminata a festa, diventava come una sala operatoria di un chirurgo sadico e assassino. mi dava qualcosa da fare e avevo le mani sempre rosse, giravo la manovella del macinino imbullonato al bordo del tavolo. ogni tanto davo un morso a qualche pomodoro. quella volta neanche li lavavo: andavo nell’orto, prendevo, mangiavo. altro pentolone gigante e pericolosissimo perché riempito di acqua bollente e con i vasi dentro a eliminare possibili minacce mortali. d’inverno -un vaso alla volta-  tirava fuori la “conserva”. pochi cucchiai nel pentolino sulla stufa, poco olio, una foglia di basilico e una presa di zucchero. il basilico dell’estate era chiuso in vasetti di vetro tutti diversi, in strati alternati ad altri di sale grosso. lo zucchero rimarrà sempre il mistero della cucina di mia nonna wanda e di mia zia evelina, non ho mai osato chiedere, era così e basta. quando, in altre cucine, non l’ho visto più aggiungere ho chiesto “perché non lo zucchero?” mi hanno guardata come un ufo.  quando la pasta era cotta, le reginelle porzionate nei piatti, avevamo un cucchiaio di conserva ciascuno. e tanto bastava. non ho mai voluto aggiungere grana, mi copriva il basilico che sapeva d’estate. mio nonno mangiava in camera, sulla scrivania da solo. accompagnavo il piatto e mia nonna, poi si tornava a tavola. senza commenti.

gli gnocchi. la zia evelina era la sorella più grande di mia nonna wanda. abitava a udine in via aquileia in un appartamento misterioso e incantato, con la vasca con i piedi. leggenda vuole che avesse preso la patente come regalo al momento del pensionamento dalla motorizzazione civile. il sabato mattina prendeva la sua 126 bianca la riempiva di se, d’inverno anche del suo visone immenso e di una borsa con riviste indispensabili tipo gente stop intimità e confidenze, e veniva giù da noi a passare il fine settimana. il lunedì appena dopo pranzo se ne tornava nei suoi appartamenti.  dopo due giorni di litigate con la sorella, di commenti assassini e di ore passate a cucinare. facevano gli gnocchi ma solo se le patate erano quelle giuste e solo se c’era abbastanza gente a mangiare la quantità per cui valeva la pena di mettersi a farli. gnocchi espressi. dalle mani, alla forchetta per far la rigatura, alla pentola, al piatto nel giro di neanche 5 minuti. sincronizzate al secondo e litigando sopratutto nei momenti topici. si condivano con la conserva al basilico e in mezzo al tavolo c’era il barattolo dello zucchero con il cucchiaio di plastica arancione dentro. si metteva un cucchiaino di zucchero sul bordo del piatto e prima di portarsi il boccone alla bocca si doveva pucciare lì. nessun ragù contemplato. mai messo grana neanche qui. mai trovati gnocchi così da nessun’altra parte.

[facciamo finire qui la prima parte]

foto da qui
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2 thoughts on “comfort food

  1. E’ molto probabile che se i pomodori vengono coltivati da roma in giù, quel cucchiaino di zucchero sia inutile, mentre alle nostre latitudini fa la differenza tra un sugo buono ed uno ottimo!
    Ma tutto questo lo sapevi già, diavolo di una Dida!

  2. Cara Di, anch’io ho una minestra di patate nel cassetto. La chiamavamo “riso e patate”, c’era anche un po’ di carota grattugiata, e i fortunati pescavano qualche quadratino di crosta di formaggio ammorbidita dalla cottura. Rifatta da mia zia non è più quello di mia nonna; a ciascuno le sue madeleines.
    Tua nonna era una raffinata. Il pizzico di zucchero si aggiunge al pomodoro per togliere quella punta di acido che i pasciuti gourmet rilevano nelle salse di pomodoro. Io lo ho scoperto casualmente, leggendo i libri di Moitessier, un navigatore solitario francese che raccontava di aver incrociato in qualche porto esotico Jean Gau, altro navigatore solitario francese, che dopo una vita dedicata alla cuisine nei ristoranti di Francia, era andato in pensione e girava il mondo in barca. Lui gli aveva rivelato il trucco quando si preparava la scorta di salsa per la prossima traversata.
    P. S. Bon principi!

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