la storia di un matrimonio di andrew sean greer

storiamatrimonionon andavo a san francisco da un sacco di anni. c’ero stata con steve ed era estate e c’era il sole e tanta nebbia. l’ultima volta ero con rosi. in un dicembre che sapeva -ogni tanto- anche di primavera ma che non ci ha risparmiato pioggia a secchiate neanche per un giorno. l’ultima volta che ci sono stata era nella mia vita passata. non avevamo le macchine fotografiche digitali e son dovuta andare a prendere l’album di sopra, poco fa, oltre la scala a chiocciola, dove sta quello che è rimasto della mia vita passata.

questo libro mi ha riportata là. in market street, in union square, in ocean beach a camminare e a perdersi fra le onde e i pensieri. era un posto talmente bello che mi son messa a piangere. non ho pianto nel modo giusto forse, per cui son stata punita sotto the bridge con secchiate d’acqua. nel libro abitano da queste parti, poco più in là, dalle parti dello zoo. a me è piaciuto tanto: perché non ti dice subito chi sono e come sono i protagonisti e dove vogliono andare a parare. sulle prime vien voglia di non leggerlo proprio, poi colpisce con lo stesso accanimento contrario alle esagerazioni che c’è in stoner. secondo dopoguerra a san francisco, holland cerca di ricostruirsi una normalità al ritorno in patria, si sposa, figlia. ma il passato -come sempre- ritorna, e bussa alla porta. pag. 180 “questa è una storia di guerra. non doveva esserlo. è cominciata come una stria d’amore, la storia di un matrimonio, ma la guerra le si è conficcata dappertutto come schegge di vetro.” forse qualcuno ne uscirà annoiato, per me la vita quotidiana, quella non mia e raccontata in un libro, è sempre uno shock. unico libro che mi è stato regalato per natale. dalle uniche persone che hanno il coraggio delle proprie azioni librarie.  le stesse che mi portano libri di ferlinghetti da lì. grazie. e nel cuore gregory corso, e ancora ferlinghetti e quel giro alla city lights, 261 columbus avenue, e il caffè al tosca imaginando almeno di aver il culo posato dove lo avevano posato anche loro, e anche fernanda.

penso che san francisco sia una delle città che mi è più rimasta nel cuore (con sarajevo chiaro) e mi piacerebbe rivederla adesso. con questi occhi nuovi che son sicura di avere. le foto sono ancora belle come me le ricordavo, sono impazzita a fotografare case e porte e il ponte da qualsiasi angolazione possibile. prima di partire avevo iniziato a leggere per caso i libri di armistead maupin , mi erano piaciuti infinitamente, leggeri, empatici e ironici. mi avevano già catapultato a frisco prima di prendere l’aereo. mi ero segnata tutti gli indirizzi che nominava e alla fine son voluta andare davanti alle case, erano esattamente quelle dei libri, mi aspettavo da un momento all’altro uscissero dalle porte come dalle pagine, le stesse persone. “filbert steps… dove i villini pittoreschi e le scalinate di legno costituivano uno scenario disneyano per i suoi piaceri…” da fuori si vedeva, oltre la vetrata vittoriana dipinta di bianco, un tavolo su due cavalletti e due lampade bianche estremamente lineari e da pochi dollari, sopra le orchidee in fiore sfacciate e prepotenti come adesso sono le mie, ad altre latitudini.

arrivo sempre in ritardo, almeno di 50 anni. ovunque.

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