di quando ho ucciso gerena, la mia amica immaginaria

«Devi capire che scrivere un romanzo può essere molto strano, tipo avere un amico invisibile da bambini; poi lo ammazzi, anche se non è mai stato veramente vivo tranne che nella tua immaginazione, e devi rimetterti a fare la spesa e a parlare con la gente alle feste».

david foster wallace, «un antidoto contro la solitudine»

la mia l’ho ammazzata credo quando è nata eva, o giù di lì. si chiamava gerena. le telefonavo dal telefono della doccia, credo quella di casa o di mia nonna o la trovavo nello specchio dell’armadio (che mi ricordo esser stato sempre chiuso). a casa non c’era ancora il telefono. gerena aveva come mamma la signora biason. alle medie ho avuto immediata e grande, immensa simpatia per una prof biasin, che ci assomigliava parecchio a come me l’ero immaginata. un mix fra ave ninchi e raffaella carrà. tutto si esauriva nel parlare al telefono con gerena o sua mamma e prender appuntamenti futuri, per quello che mi ricordo. negli anni dell’università ho portato a casa per cena una werena, mia mamma si è fatta ripetere il nome due volte, con un ghigno terrorizzato in faccia. la g non c’era e ci ha nutrite tutte e ci abbiamo riso su.
mi pareva che mia nonna avesse tutto nel cassettone con lo specchio, quello che nel primo cassetto aveva il ventaglio che sapeva di borotalco, quello per andare a messa con il cordino con la nappa rossa di un filo grosso, elegante e di lusso che faceva solletico se lo passavi sul viso. per casa ne usava altri che si potevano toccare e si rompevano e buttavano via. i ventagli arrivavano sempre dalle vacanze di qualcuno o dalla spagna, per forza. quello bello, intagliato e di legno leggero e non dipinto lo teneva vicino al rosario d’argento, quello con i grani neri, lo avrei voluto tanto poi, anni dopo, quando facevo la coda con i gambaletti con le rose ricamate e avevo una croce con un orecchino, ma non c’è stato verso. forse lo tiene ancora nello stesso posto, ma non ho più l’età per andar ad aprire cassetti, e non ho neanche il desiderio di farlo: voglio tenermi quei profumi nel naso e tutto il mistero che ha avuto sempre mia nonna addosso. c’era anche la cera di cupra, fazzoletti belli, di quelli grandi da mettere in testa e una pochette scura, di quelle che si chiudevano con la clip con due palline, da lì mi lasciava prendere le 100 lire da dare come offerta a messa. non so perché ma mi son sempre vergognata come una ladra, come se quel soldino che mi ha riempito la mano per anni, fosse rubato piuttosto che offerto. comunque era tutto nei cassetti, nel primo soprattutto, tanto che degli altri non mi ricordo più. dell’armadio, quello grande con gli specchi tagliati con i bordi tondi, non ho memoria di cosa contenesse, mai visto aperto. i cappotti son sempre andati di sopra, in soffitta, altro posto affascinante. alla fine il visone di mia zia ha fatto la guardia a tutto, un po’ come la sfinge, solo che quella non ha perso il pelo, le ha solo spaccato il naso napoleone.

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