discorso di fine anno (2016)

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proust, dopo tantissimi inutili tentativi, son andata ben oltre la madeleine e la tisana di tiglio, me l’aveva promesso e non ha minimamente deluso.
sfoltimento pubblico pagante e non, è stato un anno di purghe staliniane, senza se, senza ma, senza nessuna spiegazione.
i chilometri in auto da sola, scivolando su un asfalto lucido, il suono del telepass.
le righe, irrinunciabili, su tutto, con tutto, per tutto.
le perle, irrinunciabili, su tutto, con tutto, per tutto.
le balette, di ogni diametro, irrinunciabili, su tutto, con tutto, per tutto.
quello che è nelle liste da anni e che ti invita a casa sua a vedere un film di truffaut e trovi i vhs tutti belli incellophanati e impolverati sopra la tv, capiamo i suoi 400 colpi.
il rossetto sempre dello stesso colore, non solo per feste e giornate speciali. le penne, riprese dopo anni, hanno riempito di nuovo astucci.
ho letto meno ma scritto di più, con il coraggio di scrivere la verità e raccontare le cose, senza il coraggio di pubblicarle.
la musica di claudio. le mutandine leopardate per le mezze maratone.
la sopravvivenza nel tango, per il decimo anno, ci litigo ancora, ma è diventato solo studio ingegneristico e poco passionale.
tutti i miei ex che continuano a riprodursi. tutti.
il running: è stato l’anno della differenza, dei piedi massacrati, delle unghie nere, delle staffette, del non poter fare una gara perché azzoppata da tendiniti e paralizzata da cefalee assassine e piangerci sopra e buttar via il pettorale facendolo a coriandoli, delle soddisfazioni per arrivare, dei traguardi raggiungibili e delle soddisfazioni, della fierezza di aver tutti la stessa divisa, dei progetti e delle chiacchiere e delle paure. e degli abbracci sudati.
pavese ancora. cappelli ancora. missiroli. roth. auster.
le olive di marina. i libri che si trovano nella buca della posta. l’esser chiamata signora che scomoda se ti chiamano così e ti fa incazzare se ti danno del tu.
il cambiare idea, si può. la coerenza è sopravvalutata.
la commessa di sephora di 19 anni che ti regala il siero anti-age, il suo setto nasale insperatamente ancora intero.
le cose buone da fausto e i toast di flavia di cui potrei nutrirmi 7 giorni la settimana.
l’odio per il flauto dolce a scuola.
l’attenzione alle parole, al significato spicciolo, che se le cose si vogliono dire hanno bisogno di chiarezza, senza dare possibilità di interpretazione libera a chi legge.
capire che anche se non si piace a tutti va bene lo stesso, a me piace pochissima gente.
la titti di notte che viene a dormire nel letto.
la pioggia che sembra buttarti giù i muri di casa, e poi dormire.
la regina elisabetta. le fisse di chéri. le mie fisse. il mio disordine infinito.
i bambini che dopo due anni di (mio) recupero, di mal di mancanza dalla truppa adorata di culonia, ho ripreso come miei (difficile da capire se non sei nella scuola).
parigi che manca ogni giorno. il mondo che esplode e non sembra più un film alla tv. mia nonna che ha deciso di salutarci con una giornata torrida, che ha deciso che io e eva fossimo insieme, che ha deciso che per entrare in cimitero ci fossero due arcobaleni. due.
la crema idratante, quella nutriente, quella da giorno e quella da notte, il contorno occhi, la colorante idratante, l’illuminante, la maschera d’argilla, la crema nera, e poi di sera fottersene e andar a dormire truccate. le serate che beviamo solo una cosa che domani devo alzarmi presto e poi festa per caso. i martedì rosa. la grande bellezza e (IMMENSAMENTE) la pazza gioia. tony servillo. marina abramovic e vibrare guardandola, ogni volta senza darsi motivazioni concrete. i tagli e le ombre; i friulani e i veneti. il non aver pigiami.
gli incontri purissimi che nascono dopo ore di chiacchiere online, il fidarsi immediato e definitivo o lo scarto fulmineo, il seguire sempre la parte più profonda di noi. la fiducia, darla. prima di tutto.
il fottersi di tutto quello che fanno gli altri. la sopravvivenza al primo posto, l’egoismo salvavita.
la birra fresca da mezzo con tutto il sale che ti si secca addosso dopo una corsa d’estate, a sorsate, senza la paura che finisca troppo presto. l’isola con le foche monache e le spiagge nascoste in agosto con solo altre dieci persone. le dormite di pace e recupero ovunque. il potassio e il magnesio. la sicurezza che è più dell’insicurezza. la mia inner queen che non è d’accordo con quello che dice la mia carta d’identità. le telefonate a cui ho sempre risposto, quelle a cui non ho mai risposto.
togliersi i sassolini dalle scarpe, altrimenti ci si fa male e non si riesce a correr veloci.
[in fieri]

immagine da pinterest

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5 thoughts on “discorso di fine anno (2016)

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