senza coda di marco missiroli

senza codami ha dato la stessa sensazione di una corsa a perdifiato finché non ce n’è più. ti danni l’anima per correre più veloce che puoi e ti fermi solo quando hai finito.
se iniziate la prima pagina abbiate l’accortezza di non aver impegni imprescindibili per le tre ore successive. bimbo e madre subiscono maltrattamenti che, anche se non sono mai detti, si sentono fin troppo bene. il nero contro il bianco, il buono contro il cattivo e il buono che non riesce a svincolarsi e vincere facilmente. amerete nino il giardiniere, il piatto con le fragole e la sua fetta di pane con zucchero e vino. sono molto sensibile quando si parla di bambini, perché mi chiedo sempre quanto grande è quello che noi addetti ai lavori non riusciamo a vedere in termini di sofferenze, ingiustizie e soprusi. quanto evidenti sono i segni che cercano di farci arrivare? quanti super-poteri ci servono per esser certi di aver capito bene la cosa giusta? quanto coraggio? leggete anche questo missiroli e la sua scrittura che lascia emergere, in controluce, quello che non scrive mai con le parole, mi ha dato l’impressione di raccontarci la storia con quello che non usa. sembra circoscrivere mano a mano la storia che non descrive e volutamente lascia al lettore l’incastro dei pezzi, regalando al pensiero di chi ha il libro in mano, la scelta di percorrere una strada che geograficamente indirizza o di svincolarsi da quella più scontata per perdersi altrove. è una scrittura semplice, schietta ed emotivamente dirompente, molto diversa dal suo colto, discusso e applaudito atti osceni in luogo privati (che ho amato e amato e amato e che dovrò rileggere per forza quest’estate).

i buoni sono buoni perché non chiudono le storie, semplicisticamente, come farebbero i cattivi.

2^ venice night trail – 29 aprile 2017

cof

la seconda edizione e la mia seconda presenza. il venice night trail è imperdibile!
questa è proprio la mia corsa senza tempo, sulle mie pietre, correndo per non farsi prendere da quelli partiti dopo di me. non dovrebbero neanche cronometrare qui, è una corsa nel tempo non contro il tempo. 16 km che partono dalle ore 21 di un sabato sera che altrimenti sarebbe stato qualunque, sotto ai piedi di 3000 fortunati che hanno dalla loro non la velocità delle gambe ma quello di star alla tastiera nell’autunno dell’anno prima, nel momento giusto e non esitare un momento nell’accaparrarsi uno dei preziosissimi pettorali disponibili. in 3000 abbiamo incastrato più di un turista al muro, filmavano, fotografavano, ridevano ma il residente già stremato dalla situazione incontrollabile del visitatore mercenario non ce ne ha risparmiata una, e vedere venezia mangiata, divorata, inghiottita da una nave da crociera al buio davanti a punta della dogana non può far altro che far diventare chiunque un residente incazzato. i miei 16 km son stati scortati da c. che ha rallentato di molto il suo passo per star con me sui 51 ponti. le mi gambe hanno retto fino al 14esimo, poi ho trovato il 43esimo e il 44esimo km della maratona della domenica prima, il muro che a padova non c’era me l’hanno spostato qui! ho rischiato l’osso del collo, perché a venezia non posso far altro che guardarmi in giro e vedere appiccicate sui muri le foto di me e di tutte le volte che ci son stata in ogni stagioni, con tanta gente diversa a fare di tutto. il primo poster di me con un vestitino azzurrino svelandrino, con scarpetta nera e calzino alla caviglia bianco a neanche sei anni, il 20 gennaio 1991 innamorata pazza e incapace di intendere e di volere, da peggy tutte le volte, in campo santa margherita seduta e sbronza a dar da mangiare a passeri della stazza di un fagiano, in giro per librerie, per giardini che hanno avuto sempre  cancelli chiusi, dietro a corto maltese e alle sue sconte, con chéri in fughe improvvise e silenziose, con mia sorella e altre sorelle (anche se non di sangue) per mostre che abbiamo sempre trovato vuote, come un privilegio concesso solo agli amanti più fedeli, come guida (sempre sbronza per poter sopravvivere al giro classico destinato a chi venezia la vedrà una sola volta in tutta una vita) di russi e americani (per par condicio). e della fine degli anni ’90, SEMPRE SEMPRE SEMPRE una giornata di studio matto e disperatissimo che rimarrà indimenticabile: stesura finale della tesi e ultimo pomeriggio chiusa in quella biblioteca marciana che ho imparato così bene a conoscere (no internet, no pc) con bibliotecarie di una lentezza esasperante. il professore che mi dice che non sono in grado neanche di scrivere una cartolina, il pranzo desolante al mcdonald, l’acqua alta, il freddo delle sedie, la solitudine fisica e la lontananza non fisica da tutti quelli che mi son passati accanto quel giorno, la nebbia, una piazza san maco filmica più di sempre, il vaporetto sbagliato per andare in stazione con tutti i giapponesi innamorati per mano, la corsa sul binario per vedere il mio treno partire e nell’attesa di quello successivo il più grande rompi palle dell’università di udine mi si appiccica per ” farmi compagnia”. avrei dato alle fiamme la tesi, marin sanudo e venezia intera.

non sono caduta nonostante i poster di me sui muri, nonostante il buio pesto (a venezia é più buio, mettetevela via), nonostante la luce frontale che tutti avevamo, nonostante i gradini dei 51 ponti. non oso immaginare le emozioni di chi la vedeva per la prima volta, di chi per la prima volta da sant’elena si trovava come davanti a una TV delle favole: a correre incontro a san marco, san giorgio e la salute che potevano ingannare con illusioni ottiche occhi poco allenati alla meraviglia. l’arrivo in piazza san marco ha avuto anche quest’anno la musica dell’orchestra del florian ad accompagnarci e anche quest’anno mi ha dato l’idea di esser quella del titanic. poi vetrine: chanel, gucci e fino a vuitton e l’orrore della capsule di koons: sono una purista di luigi uittone, tant’è.  campo san luca, salita spacca chiappe del ponte dell’accademia, un saluto a peggy e via giro di boa alla punta della dogana e filata conclusiva sulle fondamenta delle zattere. da segnalare scendendo dal ponte dell’accademia americani in smoking con altissimo tasso alcoolico seduti nel ritorante a sinistra battere il 5 a tutti i runner! (mi è parso di vedere una sposa già pentita del SI di quel giorno)

non è una corsa, è il modo più chic per passare un sabato sera con le scarpe da running ai piedi, è un modo diverso di vedere venezia, riservato a pochi fortunati! alle 11 eravamo già sulla navetta per la terraferma, son collassata appena mi son seduta in auto con la mia nuova medaglia a forma di campanile di san marco.

volevo metter i tacchi, ma mi son ricordata di aver corso la #padovamarathon

pensieri a caldo di una neo-maratoneta

[…] itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
e se la trovi povera, non per questo itaca ti avrà deluso.
fatto ormai savio,

con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che itaca vuole significare.

itaca di constantino kavafis

alla fine sono arrivata ad itaca. il 23 aprile ho corso 42,195 km e ci sono arrivata sorridendo. è stato un viaggio magnifico iniziato a settembre, dalla preparazione per la mezza maratona di palmanova, e finito con gli ultimi 42,195 km poco dopo l’una del 27 aprile in prato della valle a padova.

un percorso lungo mesi: di crescita, di consapevolezza, di sudore, di determinazione, di palle di marmo. me lo dico da sola.

decidere di fare la maratona è stato un impegno con me stessa, una meta dove arrivare, un obiettivo da raggiungere. da sola.

ho bisogno di agire, di spendermi, di realizzare: mi occorre una meta da raggiungere, delle difficoltà  da vincere, un’opera da compiere.

simone de beauvoir, memorie di una ragazza per bene

si dice che la maratona sia la gara regina, le regine io le rispetto e le adoro. questa, come tutte le altre, va presa molto sul serio, negli ultimi mesi ho rinunciato a uscite, aperitivi, cene, sbronze, stravizi, vodka, domeniche a letto a leggere: se sulla tabella degli allenamenti c’era scritto che quel giorno si correva, si correva e basta: con qualsiasi tempo, a qualsiasi ora. punto. tu dici, io faccio: come terminator. ho seguito religiosamente il piano di allenamenti del coach. e qui si apre un mondo. il coach ti deve piacere, altrimenti non te lo caghi. ti devi fidare, altrimenti non te lo caghi. deve allenarti le gambe, ma anche la testa. e la mia testa ha bisogno di un domatore professionista. lo sappiamo tutti.

la mattina della gara prima di partire son stata presa completamente dal panico mi son chiesta perché mi ero imbarcata in un’impresa del genere, cosa volevo dimostrare e a chi, che senso aveva e cosa sarebbe cambiato. ma il cambiamento c’era già stato in tutti i mesi di strada fatta per arrivare fino a quella partenza lì. poi BUM, si parte e come dice la maggica emy una cosa sola in testa: “tu corri e fermati solo quando vedi il traguardo”. e là mi sono fermata.  ho contato 5 km alla volta perché da che mondo è mondo la tabellina del 5 è sempre la più facile.

ho tenuto il tempo che volevo, che è stato alla portata di chi come me ha iniziato a correre 1 minuto a 40 anni, 4 anni fa, e senza avere assolutamente il fisico da maratoneta e, cosa ancora più sorprendente, ho avuto una lucidità mentale che di rado mi posso riconoscere.

lungo la gara ho fatto amicizia, ho giocato con i numeri dei pettorali, ho tirato una ragazza che voleva fermarsi ed è arrivata ben prima di me, ho incontrato qualche antipatico borioso che aveva, sprezzante, detto di chiuderla ovviamente sotto le 4h ed è arrivato ben dopo di me, mi sono innamorata (anche dichiarata) di un magnifico hipster (di quelli che piacciono a me) lombardo, appena sotto il sessanta con barba baffi e capelli bianchi candidi e curatissimi che quando ha rallentato mi ha salutata e fatto il bacio mano, insultato un idiota con il cavallo che nonostante gli stop intimati dall’organizzazione ha fatto al trotto la nostra stessa strada con tutti i rischi connessi. lungo la gara ho continuato la mia vita di ogni giorno: grandi amori, improvvise e impreviste passioni e profonde insofferenze e non ho pensato per un minuto di non farcela.

gli ultimi due km sui ciottoli del centro son stati fastidiosissimi, l’ultima accelerazione sul tappeto rosso per avere (vanità delle vanità) i fotografi tutti per me, una persona che mi ha chiesto immediatamente dopo l’arrivo se è era tutto ok, la medaglia con i complimenti di una fanciulla, lo sgancio del chip dalla scarpa e la bolla che mi ha lasciato sul collo del piede, l’individuazione di chéri (santo paziente martire in tutti i mesi di training in cui mi ha sopportata, nutrita, incoraggiata, supportata) che mi aspettava all’arrivo e nell’abbraccio, un grande pianto rumoroso e senza nessun pudore.

ho capito che la maratona è il riassunto della vita. ho capito che non è una mezza maratona più un’altra mezza: è un viaggio che va preparato al millimetro, considerando i rischi e che può trasformarsi in un’avventura con imprevisti da gestire alla meglio e decisioni da prendere da soli considerando ipotesi di sviluppi mai pensati prima e fermate improvvise da elaborare con consapevolezza. questa volta a me è andata bene e c’erano tutti quelli che ho tormentato in ogni modo, i km che ho fatto per mezzo friuli e oltre, per i campi e in riva al mare, le merende proteiche e le birre mancate, il dolore, il sudore, le lacrime e il sangue (sì anche il sangue), le spinte e la fatica che la mia intera squadra ha fatto per tirarmi sotto il sole, nel buio, al freddo porco, sotto la pioggia o in mezzo alla nebbia, con i consigli di bere, di mangiare bene, di fare la cacca prima di correre, di respirare, di stare buona, di stare calma che si può fare. SI PUO’ FARE.

non credo di avere ancora realizzato bene la cosa a quasi una settimana dall’impresa: sono in un frullatore emozionale che non mi fa uscire ancora le parole. mi son sentita wonder woman (sensazione che ho ancora), ho camminato come robocop per due giorni, sono andata dal fisioterapista. mercoledì son andata a correre per la prima volta dopo la maratona, strafelice, sotto la pioggia con i piedi nel fango, e non ho avuto problemi.

dopo la gara ho buttato il mio scaramantico tanghino lepardato. lo stesso che avevo nella prima mezza della mia vita da runner, ridotto ormai quasi a brandelli l’ho abbandonato nel cestino delle docce di una palestra in centro a padova, nuda come un verme, solo con un sorriso addosso in uno spogliatoio lurido come poche cose viste nella mia intera vita, non solo in quella da runner.

separarsi dalle cose, nutrirsi di sensazioni, di emozioni grandi, coltivate e nutrienti.
avere una grande forza e ogni tanto anche riconoscerselo. una forza da usare all’occorrenza, perché ci saranno occasioni (purtroppo) per doverla obbligatoriamente sfoderare.

il resto è felicità purissima.

[tranne la foto della neo-maratoneta le altre immagini son prese da pinterest]

il corpo grande di francesca mazzucato -biografia non autorizzata di una modella oversize-

la vostra vita non diventerà più felice, più divertente, più di successo dopo che avrete perso dieci, venti o trenta chili. perché i chili non sono il problema. il vostro modo di pensare lo è. la felicità non c’entra con la dieta. la felicità è trovare quello che amate di voi, veramente, e condividerlo con gli altri, la felicità è un santuario interiore dove voi siete abbastanza così come siete proprio ora.

mazzucato3non è un libro facile. alzino la mano quelle fortunate che non hanno mai avuto problemi legati all’alimentazione o al rapporto con il proprio corpo o dovuti a come percepiscono gli altri il nostro corpo. per quanto mi riguarda li ho sempre avuti, probabilmente sempre li avrò anche se non peso neanche 52 kg su 151 cm. sta tutto nella nostra testa, questo è il segreto di pulcinella, nel come ci vediamo noi. fosse facile, il riflesso nello specchio non è mai oggettivo: passa attraverso il filtro dei nostri occhi che ci dice come vorremo essere e, ghignando, ci urla come mai saremo. seguo francesca su fb da molto, il suo è uno degli account che vado a cercare se non mi si presenta sul wall. la trovo stupenda, profonda, di una sensibilità rara che combacia in diversi punti con la mia indole, tocca corde che fanno muovere una parte di me che però volevo stesse buona, quasi morta, perché mi infastidisce e mi spaventa farci i conti… ma alla fine, sebbene doloroso fin quasi all’atrocità, è sempre una cosa buona. e infatti ho iniziato a legger il grande corpo appena trovato in una bella libreria di la spezia e sospeso subito dopo, perché leggere delle prese in giro subite durante un’adolescenza da dimenticare mi ha scaraventata in anni in cui pesavo 15kg di più e mi chiamavano pallina. tutto quello che adesso si chiama bullismo, una volta era solo simpatia o “lasciali perdere”.  domenica scorsa l’ho ripreso in mano e finito di volata. si cresce, si cerca di metter in ordine cose, ogni tanto ci si obbliga a scendere i gradini scivolosi della nostra cantina segreta o ci si costringe ad uscire nonostante sia una notte di quelle buie senza luna e stelle e paurose. il libro dice questo (a me) e non è la gestione del peso, della fisicità: è l’accettazione di quello che siamo, anche se siamo delle persone di merda (e io so di esserlo alla grande tante ma tante volte), è il guardarsi fisse negli occhi allo specchio e dirsi che si va bene lo stesso perché si va bene a noi. ma come l’ha detto francesca è meglio. ha detto anche di prendere la mira e andare dritte al centro di quello che si vuole, rimboccarsi le maniche e prendere al volo l’eventuale botta di culo che passa a tiro, perché il più delle volte siamo così sicure di non esser abbastanza, di non piacere, di non valere da non accorgerci neanche di quelli che ci dicono il contrario, da quelli che ti vogliono in senso positivo e appagante.

la postfazione di elisa manici merita l’attenzione e la cura nel leggere, che è stata destinata al corpo grande.

[…] il rifiuto del cibo, la perdita di peso, la capacità di sopportare il dolore e l’esaurimento fisico sono divenuti le metafore culturali dell’autodeterminazione e della fermezza morale

elisa manici