discorso di fine anno 2017

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me l’aspettavo.

era qualche anno che tutto andava bene. lo stavo aspettando e mi chiedevo come avrei affrontato eventi nefasti all’alba dei 45. non è stata una sorpresa aver un anno che non ha funzionato bene fino all’ultimo giorno, è stata una sorpresa l’esser diventata grande tutta in una volta, l’aver dovuto prender decisioni che non erano le mie fino a qualche mese fa, la necessità di gestire cose di cui ignoravo placidamente l’esistenza. prendere atto che chi non ha mai avuto bisogno di niente e di nessuno adesso è cambiato, non è detto in male. ho perso una collega eccezionale con cui bastava uno sguardo per capirsi, una donna forte e d’esempio anche e soprattutto per come ha mostrato le sue fragilità senza paura del giudizio, una maestra fenomenale da cui imparare ogni gesto, quella che mi ha detto una delle cose che mi ripeto più spesso: devo fidarmi di qualcuno, perché io non mi fido mai. mai, di nessuno.
mi è mancata la nonna wanda, il primo anno senza la sua presenza potentissima e incombente, il perno di ogni esistenza della mia scassata famiglia senza bambini piccoli, è mancata a tutti, fino alle lacrime, tante volte.
ho ripreso peso, mi detesto per questo, ci ho sempre lottato ad armi impari, nonostante i 1500 km corsi quest’anno, le sudate, l’allenamento per la maratona, non son riuscita a tenerlo a bada. neanche il milione di dollari in vestitini svelandrini taglia 38/40 che ho nell’armadio ha placato la fame nervosa che mi ha preso, di nuovo, tante volte.
scappo, ovviamente correndo, di notte, nel freddo, cadendo nel pantano e sporcandomi tutta da quest’anno non felice, di poche ma meravigliose letture, di proust che mi ha coccolata ed è uno dei pochi uomini che mi hanno aspettata a lungo, sorridenti, pazienti e sicuri del mio ritorno. continua il bisogno di punti fermi, di punti dove arrivare, di traguardi da tagliare, di obiettivi da raggiungere, da preparare, che siano maratona o esami di stato, senza la presunzione (ridicola) di potercela fare, ma con la sicurezza di non mollare mai un cazxo.

mi auguro, vi auguro, una forte autodisciplina, perché vabbè saturno contro, vabbè la sfiga, vabbè la vita, ma è la disciplina che dobbiamo darci che ci fa vedere quanta forza abbiamo, sempre, dentro.

che il 2018 ci vada piano.

LAZIO! VERGOGNA!

mentre la FIGC ipocritamente vuol far leggere brani del diario di anna frank prima delle partite (come curare il cancro con la camomilla) invece di buttar fuori dal campionato la lazio [E NON VENITE A DIRMI CHE E’ SOLO UNA FRANGIA DELLA TIFOSERIA], qui, nelle trincee vere ci si prepara al prossimo#unlibrolungoungiorno2017 con la storia di erika, con l’isola in via degli uccelli, con le città che hanno sussurrato, perché il MIUR non avrà tanti soldi quanti ne ha la più sfigata delle squadre di serie A ma è piena di soldatesse con le pezze al culo che son pronte a resistere con un libro (più di uno) in mano, con un rossetto sbarlussego, i tacchi rossi e con il coraggio di sopportare ancora una volta i coglioni del calcio e di gridare che il#coraggiovienleggendo.
e mandate i figli a giocare a rugby.
#lamaestradida

una vita come tante di hanya yanagihara

unavitacometantesono tornata a scrivere perché di capolavori non si scrive mai abbastanza e perché di capolavori non se ne scrivono  e non se ne leggono mai abbastanza.

quando ho incontrato il signor salani l’ho abbracciato stretto e l’ho ringraziato per harry potter. vorrei incontrare gli eredi sellerio e abbracciarli allo stesso modo: per jude, per jb, per malcolm e per willem ma di più per jude: centro di gravità di tutte le più di mille pagine. ho letto che un qualche critico ha dscritto che è raro sperare che un romanzo già così lungo possa durare ancora, per non uscire dalle loro vite aggiungo io. era da anni che non mi capitava di leggere un romanzo di questa potenza: respingente e irresistibile allo stesso modo, violento, romantico, doloroso e dolcissimo.

un capolavoro a 360°. la storia di 4 ragazzi che si incontrano adolescenti e diventano uomini di successo mantenendo i rapporti e variandoli, riducendoli al minimo ma senza mai chiuderli del tutto. per jude si piange, con jude si piange senza riuscire a condividere neanche un minimo di quella sofferenza perché (fortunatamente) non si sa cosa sia. l’intensità di una scrittura scorrevolissima non lascia scampo fino all’ultima pagina.

poi oltre, nei ringraziamenti, ho ancora avuto il bisogno di andare a cercare jude, ma non c’era già più. da un paio di giorni, dopo aver chiuso il libro con le lacrime agli occhi , sto vagando quasi persa con la testa in un appartamento a NY, immenso e lussuoso come il suo: grande e vuoto, con quadri bellissimi alle pareti e con i loro profumi che si mescolano ancora.

rientrerà di prepotenza nella mia top-ten di tutti i tempi e con tutta probabilità sarà uno dei pochi, pochissimi che rileggerò ancora una volta, insieme a la versione di barney e l’insostenibile leggerezza dell’essere.

c’erano tempi nei quali la pressione per conseguire la felicità era quasi opprimente, come se la felicità stessa fosse qualcosa che tutti dovevano e potevano ottenere, e piegarsi a compromessi fosse sempre e comunque una colpa.

alla fine della maratona ci sono ancora km

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il 23/4 ho fatto la maratona, da non professionista e dopo 3 anni dalla prima corsa di un minuto, ma non ne avevo abbastanza. due giorni dopo ho fatto 10km e il mio PB su di loro, il sabato dopo ho corso a venezia i 16km del “trail” con 51 ponti da salire e scendere, fatto una mezza da pacer a maggio con una mia amica e (non contenta), 5 settimane dopo, i 30 km della cortina-dobbiaco con un tempo di tutto rispetto -secondo i MIEI parametri- mantenendo i lunghi per tutto maggio.

gente che ne sapeva di più, Runner veri con la R maiuscola, mi aveva avvisata: “dopo la maratona stai buona e riposati, datti tempo per recuperare”, ma io no, neofita sull’onda dei lunghissimi avevo nella testa l’idea di mantenere l’allenamento che mi portavo avanti da settembre 2016, per poi continuare in autunno e farne un’altra. perché a me la maratona è piaciuta, è stata una grande prova di volontà che mi ha fatta stare benissimo. la determinazione e la costanza, la preparazione da seguire son cose che mi danno quel obiettivo di cui ho sempre avuto bisogno. la competizione non esiste con nessun altro, si tratta solo di concludere una missione, arrivare in un porto dove mai credevi di poter arrivare, da sola, sulle tue gambe ma, prima di tutto, con la tua testa.

poi è arrivata la stanchezza, tutta in una volta e di colpo. mi ha anche spaventata perché non capivo cosa poteva essere: non la fine della scuola, non i fastidi personali.. non ce n’erano abbastanza di motivi per esser così stanca. sempre i Runner con la r maiuscola mi hanno ri-dato la diagnosi. e ho dovuto rallentare, occhio: dovuto, non voluto, perché non mi davo pace per non riuscire a far i lunghi dopo un allenamento di mesi, metodico e controllato. incazzata e senza tregua ho dovuto fare i conti con quello che avevo nelle gambe: un allenamento metodico, controllato, progressivo, intenso e perfetto che mi ha fatto fare i 42,195 km lisci come l’olio, son arrivata alla fine dell’ultima tabella con 4 medaglie al collo e senza farmi mai male. grande risultato.

ho rallentato, ho mollato, mi son girata dall’altra parte quando la sveglia è suonata alle 5 per fare i lunghi, ho fatto cene luculliane nelle sere che precedevano allenamenti previsti che ho scartato al secondo cambio di vino, ho assecondato la richiesta delle mie gambe e della mia testa. pochi km alla volta e solo con la voglia di farli, poco da sola, con divertimento e un sacco di birre dopo. in recupero e (come si dice fra chi corre) a sensazione corro, faccio staffette, nuoto, cammino, riprendo i miei tempi e le mie gambe perché con l’autunno torneranno anche le tabelle.

il running è un grande maestro: insegna il rispetto per te stessa, ti fa ascoltare la tua voce più vera e profonda, quella più fastidiosa, quella che non siamo disposte quasi mai a sentire, fa rispettare i limiti che ti mette sempre davanti in bella evidenza (qualsiasi siano, li abbiamo tutti) per il corpo, per i tempi di gara e per quelli di recupero.
la gara è sempre con la tua testa. sei da sola.

il running ti aspetta. come fanno tutti i grandi maestri.  

 

le otto montagne di paolo cognetti

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ultimo post del 15/5.. e dire che una volta scrivevo (quasi) tutti i giorni. libri ne ho letti, corse ne ho fatte ancora, oggi ho pure iniziato le lezioni di nuoto: bevuto acqua in 40 minuti che neanche in tutti i bagni e tutte le nuotate dei miei 44 anni.

le otto montagne è l’unico fra i candidati al premio strega che ho letto quest’anno e alla fine ha vinto lui. ma non ha nessuna rilevanza, lo strega l’ho sempre maltrattato, forse solo perché (la volpe e l’uva) non son mai stata al ninfeo di villa giulia o negli amici della domenica o nei grandi lettori, o perché è sempre stato divertente guardare dal divano di casa, con il ventilatore acceso e le gambe aperte, dallo spoglio dei voti alla bevuta a canna dello strega in triangolazioni comunicative -spesso improbabili- su chat dei soliti social mangia blog con il mio gruppo di lettura. le montagne le ho lette perché sofia si veste sempre di nero mi era piaciuto. e ultimamente le cose che mi piacciono son sempre meno, questa cosa di aver avuto la percezione che ho da poco, di esser diventata grande mi ha scombussolata più di quanto doveva.

si legge veloce, ha una scrittura scorrevole, la storia di due bambini prima e adulti poi che crescono in mondi e teste diverse, con condizioni e possibilità opposte. la differenza forse è nel significato diverso e personale della parola “coraggio” che ognuno dei due riesce a far suo. la montagna resta il filo conduttore fisico, metaforico, emotivo. le scalate, gli sforzi, le esultanze e le cadute. la vita. come ogni cosa, salite e discese. crolli, slavine, valanghe e frane e poi ricostruire.

quel che dovevo proteggere, in me, era la capacità di star solo. c’era voluto del tempo per abituarmi alla solitudine, farne un luogo in cui potevo accomodarmi e stare bene; eppure sentivo che fra noi il rapporto era sempre difficile. così me ne andavo verso casa come riprendendo confidenza con lei.