senza coda di marco missiroli

senza codami ha dato la stessa sensazione di una corsa a perdifiato finché non ce n’è più. ti danni l’anima per correre più veloce che puoi e ti fermi solo quando hai finito.
se iniziate la prima pagina abbiate l’accortezza di non aver impegni imprescindibili per le tre ore successive. bimbo e madre subiscono maltrattamenti che, anche se non sono mai detti, si sentono fin troppo bene. il nero contro il bianco, il buono contro il cattivo e il buono che non riesce a svincolarsi e vincere facilmente. amerete nino il giardiniere, il piatto con le fragole e la sua fetta di pane con zucchero e vino. sono molto sensibile quando si parla di bambini, perché mi chiedo sempre quanto grande è quello che noi addetti ai lavori non riusciamo a vedere in termini di sofferenze, ingiustizie e soprusi. quanto evidenti sono i segni che cercano di farci arrivare? quanti super-poteri ci servono per esser certi di aver capito bene la cosa giusta? quanto coraggio? leggete anche questo missiroli e la sua scrittura che lascia emergere, in controluce, quello che non scrive mai con le parole, mi ha dato l’impressione di raccontarci la storia con quello che non usa. sembra circoscrivere mano a mano la storia che non descrive e volutamente lascia al lettore l’incastro dei pezzi, regalando al pensiero di chi ha il libro in mano, la scelta di percorrere una strada che geograficamente indirizza o di svincolarsi da quella più scontata per perdersi altrove. è una scrittura semplice, schietta ed emotivamente dirompente, molto diversa dal suo colto, discusso e applaudito atti osceni in luogo privati (che ho amato e amato e amato e che dovrò rileggere per forza quest’estate).

i buoni sono buoni perché non chiudono le storie, semplicisticamente, come farebbero i cattivi.

gli aspetti irrilevanti di paolo sorrentino

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gennaio è stato mese di letture italiote. adesso, a un mese di distanza, all’inizio di febbraio, in un sabato pomeriggio di pioggia dove ho tentato di uscire per correr i miei 6 km lenti come da tabella senza il risultato sperato, ho quindi tentato di riprendere in mano i giudizi per le pagelle.. con risultati ancora peggiori, riprendo in mano le pagine dei libri letti e mi stupisco di nuovo del talento di sorrentino: hanno tutti ragione è uno dei dieci libri che mi porterei sull’isola deserta. in questo libro ogni foto fa partire un racconto che potrebbe esser romanzo che potrebbe esser un film da premio oscar. dei ritratti perfetti e così veri da metter i brividi, in ogni senso possibile. mi ha fatto sospendere il giudizio negativo che ho sempre verso la forma del racconto che non è mai, mai stata fra i miei preferiti. [in corsivo è sorrentino che è il miglior pubblicitario di se stesso], non date retta a me, leggete un antipasto di lui. e poi abbuffatevi.

la mia preferita, da far leggere a ogni fanciulla al compimento dei 18 anni. cervello e fottersene alla grande. enza condè 87 anni a settembre, 3 lauree. medicina, biologia e chimica. scienziata. in tema di seduzione ha due segreti.
uno. mai ingobbirsi, schiena inarcata, petto in fuori, anche quando c’è da affrontare un brodino bollente.
due: se non sapete accavallare le gambe, statevene a casa. l’uomo resiste a tutto, ma non a una donna scosciata. in seguito ne aggiunse un terzo: gli uomini amano solo tre tipi di donne: le pigre, le indolenti, le svampite.

sui gioielli ha imperativi categorici. il primo riguarda le perle. quintessenza di vaneggiamenti borghesi, sostiene, le perle garantiscono una costante corsia preferenziale verso la seduzione. 

elsina marone vive a montecarlo, miliardaria, di fiammate che si accendono e si spengono secondo le direzioni del vento della mente. come sovente accade ai ricchi con le mani in mano.

le delusioni di ada bacco: l’eterno equivoco dei maschi, un lunghissimo, inesorabile complesso di sopravvalutazione.
il fatto, dice lei, è che la ragione e l’esperienza sono schermi resistenti che opacizzano l’ampiezza e la forza delle emozioni infantili.
non si scappa dalla propria intelligenza. è una trappola.

il pianoforte e lo strazio infinito e doloroso di peppino valletta, di una tristezza che prende le budella.

il culone della moglie dal latitante salvatore varriale è sempre un dettaglio a concepire la rivoluzione.

valerio affabile: se esco, perdo la mia tranquillità. in carcere non sono libero, ma tranquillo. e io dico che si dà troppa importanza alla libertà e troppo poca alla tranquillità.

donna emma, meriterebbe di finire in una raccolta di poe, un horror di quelli che ti sogni la notte per mesi perché potrebbe accaderti lo stesso. la portiera che nessuno mai vorrebbe avere in condominio. roba che kubrick avrebbe potuto far diventare secondo shining.

paride bussotti  l’albergo è solo apparentemente un luogo di riposo, ma sottotraccia, deve covare l’avventura. tutto, in un hotel, deve emanare il profumo irrimediabile del sorprendente.

le donne, a differenza degli uomini che eccellono solo nella prevedibilità, non sono sedotte dalla bellezza. sono sedotte dalla seduzione. 

sedurre non è un inno al proprio ego, è un atto di generosità per rimettere al mondo le persone.

agli esseri umani interessa covare la sensazione di aver trovato, fosse anche solo per dieci minuti, un compagno col quale avere una simbiosi.

ma su tutto, oltre ai personaggi, le foto, le storie, il ricco e il povero, la cattiveria, l’amore, la delusione, la decadenza, la felicità: quegli incastri di parole che fanno la differenza fra uno che scrive bene e uno che sa stregarti parlandoti e ti porta dove vuole lui, e ti fa quello che vuole lui.

la nostalgia della possibilità

dove la storia finisce di alessandro piperno

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per conto mio può scrivermi la lista della spesa ogni giorno. ogni giorno gliela compro.
mi son DIVORATA i romanzi che ha scritto e gli articoli, soprattutto quelli su proust. anche con questo è successo lo stesso: fatto fuori in una pigrissima giornata buttata sul divano, troppo di fretta. e poi son rimasta senza.

le famiglie, dopo migliaia di pagine lette lo posso ammettere, mi avvinghiano sempre. non ho via di scampo, se poi non son felici e son pure cattive e irrisolte, anche peggio: ci vado dentro fino a boccheggiare. e piperno lo sa. anche se i pontecorvo non possono esser superati,  gli zevi non me li hanno fatti rimpiangere. matteo zevi torna da los angeles con una bagaglio di mogli, ex-mogli e debiti estinti (solo per morte dell’usuraio); trova due figli grandi e una moglie che alla fine l’ha sempre aspettato. l’ammissione di colpa è celata e probabilmente anche finta, alla fine matteo è uno di quelli che cadono sempre in piedi e che quando sembra cascare, alla fine fa la figura di quelle bambole anni ’80 che al posto dei piedi avevano una mezza sfera con un peso dentro, che le faceva vacillare ma mai andare in orizzontale.  nel finale mi pare un libro sbavato, ma è il mio gusto che mi impone una verosomiglianza al reale che qui non ho trovato. piperno è un grande amore, gli si perdona di tutto, di peggio.

candore di mario desiati

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ho dormito più di 12h, la ripresa dalla sbronza di capodanno ha richiesto più energie del previsto.
mi son fatta un’ora di strada per andare dalla dentista con cui avevo appuntamento, lei era in ferie e io non avevo sbagliato appuntamento. guidare mi è sempre piaciuto, non mi son neppure scomposta. ho bevuto un caffè, preso la cartoleria per il nuovo anno e mi son fermata a far la spesa per strada.
fa freddo e vorrei esser da un’altra parte: in questo momento, precisamente, a les colonnes de buren e passare la giornata lì a far foto, con una macchina fotografica vera, senza telefono, a far flanella, a veder le ore passarmi davanti con il mondo che mi gira intorno in quella piazza lì, e tornare a casa a piedi.

ho finito candore stamattina, il titolo è un bel pugno nello stomaco fin dalle prime pagine ma alla fine ha un grande senso perché martino è uno puro, e come tutti i puri è solo. quello che mi ha colpito di più non è la passione per il porno di martino bux ma la non comprensione di tutti quelli che gli stanno intorno. la sua inconcludenza è figlia della non comprensione, mi torna in mente l’incompreso di comencini (del 1966) visto da piccola in tv, che mi ha fatta dormire male per mesi. si entra in un mondo (segreto) che sicuramente è anche di persone che incontriamo tutti i giorni.
le pulsioni obbligano alla cieca obbedienza ma devono restare segrete.
desiati è del 1977 e sa scrivere. nei ringraziamenti mi ha fatto sorridere: “[…] angela rastelli alla quale va anche la mia solidarietà e riconoscenza per aver dovuto cercare decine di film porno e nomi di protagonisti usando gli immacolati computer  di via biancamano”. magari nelle stesse stanze di pavese.


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discorso di fine anno (2016)

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proust, dopo tantissimi inutili tentativi, son andata ben oltre la madeleine e la tisana di tiglio, me l’aveva promesso e non ha minimamente deluso.
sfoltimento pubblico pagante e non, è stato un anno di purghe staliniane, senza se, senza ma, senza nessuna spiegazione.
i chilometri in auto da sola, scivolando su un asfalto lucido, il suono del telepass.
le righe, irrinunciabili, su tutto, con tutto, per tutto.
le perle, irrinunciabili, su tutto, con tutto, per tutto.
le balette, di ogni diametro, irrinunciabili, su tutto, con tutto, per tutto.
quello che è nelle liste da anni e che ti invita a casa sua a vedere un film di truffaut e trovi i vhs tutti belli incellophanati e impolverati sopra la tv, capiamo i suoi 400 colpi.
il rossetto sempre dello stesso colore, non solo per feste e giornate speciali. le penne, riprese dopo anni, hanno riempito di nuovo astucci.
ho letto meno ma scritto di più, con il coraggio di scrivere la verità e raccontare le cose, senza il coraggio di pubblicarle.
la musica di claudio. le mutandine leopardate per le mezze maratone.
la sopravvivenza nel tango, per il decimo anno, ci litigo ancora, ma è diventato solo studio ingegneristico e poco passionale.
tutti i miei ex che continuano a riprodursi. tutti.
il running: è stato l’anno della differenza, dei piedi massacrati, delle unghie nere, delle staffette, del non poter fare una gara perché azzoppata da tendiniti e paralizzata da cefalee assassine e piangerci sopra e buttar via il pettorale facendolo a coriandoli, delle soddisfazioni per arrivare, dei traguardi raggiungibili e delle soddisfazioni, della fierezza di aver tutti la stessa divisa, dei progetti e delle chiacchiere e delle paure. e degli abbracci sudati.
pavese ancora. cappelli ancora. missiroli. roth. auster.
le olive di marina. i libri che si trovano nella buca della posta. l’esser chiamata signora che scomoda se ti chiamano così e ti fa incazzare se ti danno del tu.
il cambiare idea, si può. la coerenza è sopravvalutata.
la commessa di sephora di 19 anni che ti regala il siero anti-age, il suo setto nasale insperatamente ancora intero.
le cose buone da fausto e i toast di flavia di cui potrei nutrirmi 7 giorni la settimana.
l’odio per il flauto dolce a scuola.
l’attenzione alle parole, al significato spicciolo, che se le cose si vogliono dire hanno bisogno di chiarezza, senza dare possibilità di interpretazione libera a chi legge.
capire che anche se non si piace a tutti va bene lo stesso, a me piace pochissima gente.
la titti di notte che viene a dormire nel letto.
la pioggia che sembra buttarti giù i muri di casa, e poi dormire.
la regina elisabetta. le fisse di chéri. le mie fisse. il mio disordine infinito.
i bambini che dopo due anni di (mio) recupero, di mal di mancanza dalla truppa adorata di culonia, ho ripreso come miei (difficile da capire se non sei nella scuola).
parigi che manca ogni giorno. il mondo che esplode e non sembra più un film alla tv. mia nonna che ha deciso di salutarci con una giornata torrida, che ha deciso che io e eva fossimo insieme, che ha deciso che per entrare in cimitero ci fossero due arcobaleni. due.
la crema idratante, quella nutriente, quella da giorno e quella da notte, il contorno occhi, la colorante idratante, l’illuminante, la maschera d’argilla, la crema nera, e poi di sera fottersene e andar a dormire truccate. le serate che beviamo solo una cosa che domani devo alzarmi presto e poi festa per caso. i martedì rosa. la grande bellezza e (IMMENSAMENTE) la pazza gioia. tony servillo. marina abramovic e vibrare guardandola, ogni volta senza darsi motivazioni concrete. i tagli e le ombre; i friulani e i veneti. il non aver pigiami.
gli incontri purissimi che nascono dopo ore di chiacchiere online, il fidarsi immediato e definitivo o lo scarto fulmineo, il seguire sempre la parte più profonda di noi. la fiducia, darla. prima di tutto.
il fottersi di tutto quello che fanno gli altri. la sopravvivenza al primo posto, l’egoismo salvavita.
la birra fresca da mezzo con tutto il sale che ti si secca addosso dopo una corsa d’estate, a sorsate, senza la paura che finisca troppo presto. l’isola con le foche monache e le spiagge nascoste in agosto con solo altre dieci persone. le dormite di pace e recupero ovunque. il potassio e il magnesio. la sicurezza che è più dell’insicurezza. la mia inner queen che non è d’accordo con quello che dice la mia carta d’identità. le telefonate a cui ho sempre risposto, quelle a cui non ho mai risposto.
togliersi i sassolini dalle scarpe, altrimenti ci si fa male e non si riesce a correr veloci.
[in fieri]

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