una vita come tante di hanya yanagihara

unavitacometantesono tornata a scrivere perché di capolavori non si scrive mai abbastanza e perché di capolavori non se ne scrivono  e non se ne leggono mai abbastanza.

quando ho incontrato il signor salani l’ho abbracciato stretto e l’ho ringraziato per harry potter. vorrei incontrare gli eredi sellerio e abbracciarli allo stesso modo: per jude, per jb, per malcolm e per willem ma di più per jude: centro di gravità di tutte le più di mille pagine. ho letto che un qualche critico ha dscritto che è raro sperare che un romanzo già così lungo possa durare ancora, per non uscire dalle loro vite aggiungo io. era da anni che non mi capitava di leggere un romanzo di questa potenza: respingente e irresistibile allo stesso modo, violento, romantico, doloroso e dolcissimo.

un capolavoro a 360°. la storia di 4 ragazzi che si incontrano adolescenti e diventano uomini di successo mantenendo i rapporti e variandoli, riducendoli al minimo ma senza mai chiuderli del tutto. per jude si piange, con jude si piange senza riuscire a condividere neanche un minimo di quella sofferenza perché (fortunatamente) non si sa cosa sia. l’intensità di una scrittura scorrevolissima non lascia scampo fino all’ultima pagina.

poi oltre, nei ringraziamenti, ho ancora avuto il bisogno di andare a cercare jude, ma non c’era già più. da un paio di giorni, dopo aver chiuso il libro con le lacrime agli occhi , sto vagando quasi persa con la testa in un appartamento a NY, immenso e lussuoso come il suo: grande e vuoto, con quadri bellissimi alle pareti e con i loro profumi che si mescolano ancora.

rientrerà di prepotenza nella mia top-ten di tutti i tempi e con tutta probabilità sarà uno dei pochi, pochissimi che rileggerò ancora una volta, insieme a la versione di barney e l’insostenibile leggerezza dell’essere.

c’erano tempi nei quali la pressione per conseguire la felicità era quasi opprimente, come se la felicità stessa fosse qualcosa che tutti dovevano e potevano ottenere, e piegarsi a compromessi fosse sempre e comunque una colpa.

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le otto montagne di paolo cognetti

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ultimo post del 15/5.. e dire che una volta scrivevo (quasi) tutti i giorni. libri ne ho letti, corse ne ho fatte ancora, oggi ho pure iniziato le lezioni di nuoto: bevuto acqua in 40 minuti che neanche in tutti i bagni e tutte le nuotate dei miei 44 anni.

le otto montagne è l’unico fra i candidati al premio strega che ho letto quest’anno e alla fine ha vinto lui. ma non ha nessuna rilevanza, lo strega l’ho sempre maltrattato, forse solo perché (la volpe e l’uva) non son mai stata al ninfeo di villa giulia o negli amici della domenica o nei grandi lettori, o perché è sempre stato divertente guardare dal divano di casa, con il ventilatore acceso e le gambe aperte, dallo spoglio dei voti alla bevuta a canna dello strega in triangolazioni comunicative -spesso improbabili- su chat dei soliti social mangia blog con il mio gruppo di lettura. le montagne le ho lette perché sofia si veste sempre di nero mi era piaciuto. e ultimamente le cose che mi piacciono son sempre meno, questa cosa di aver avuto la percezione che ho da poco, di esser diventata grande mi ha scombussolata più di quanto doveva.

si legge veloce, ha una scrittura scorrevole, la storia di due bambini prima e adulti poi che crescono in mondi e teste diverse, con condizioni e possibilità opposte. la differenza forse è nel significato diverso e personale della parola “coraggio” che ognuno dei due riesce a far suo. la montagna resta il filo conduttore fisico, metaforico, emotivo. le scalate, gli sforzi, le esultanze e le cadute. la vita. come ogni cosa, salite e discese. crolli, slavine, valanghe e frane e poi ricostruire.

quel che dovevo proteggere, in me, era la capacità di star solo. c’era voluto del tempo per abituarmi alla solitudine, farne un luogo in cui potevo accomodarmi e stare bene; eppure sentivo che fra noi il rapporto era sempre difficile. così me ne andavo verso casa come riprendendo confidenza con lei.

senza coda di marco missiroli

senza codami ha dato la stessa sensazione di una corsa a perdifiato finché non ce n’è più. ti danni l’anima per correre più veloce che puoi e ti fermi solo quando hai finito.
se iniziate la prima pagina abbiate l’accortezza di non aver impegni imprescindibili per le tre ore successive. bimbo e madre subiscono maltrattamenti che, anche se non sono mai detti, si sentono fin troppo bene. il nero contro il bianco, il buono contro il cattivo e il buono che non riesce a svincolarsi e vincere facilmente. amerete nino il giardiniere, il piatto con le fragole e la sua fetta di pane con zucchero e vino. sono molto sensibile quando si parla di bambini, perché mi chiedo sempre quanto grande è quello che noi addetti ai lavori non riusciamo a vedere in termini di sofferenze, ingiustizie e soprusi. quanto evidenti sono i segni che cercano di farci arrivare? quanti super-poteri ci servono per esser certi di aver capito bene la cosa giusta? quanto coraggio? leggete anche questo missiroli e la sua scrittura che lascia emergere, in controluce, quello che non scrive mai con le parole, mi ha dato l’impressione di raccontarci la storia con quello che non usa. sembra circoscrivere mano a mano la storia che non descrive e volutamente lascia al lettore l’incastro dei pezzi, regalando al pensiero di chi ha il libro in mano, la scelta di percorrere una strada che geograficamente indirizza o di svincolarsi da quella più scontata per perdersi altrove. è una scrittura semplice, schietta ed emotivamente dirompente, molto diversa dal suo colto, discusso e applaudito atti osceni in luogo privati (che ho amato e amato e amato e che dovrò rileggere per forza quest’estate).

i buoni sono buoni perché non chiudono le storie, semplicisticamente, come farebbero i cattivi.

diario di un genio di salvador dalì

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pagine del diario di dalì dal ’53 al ’63. pagine di delirio. dalì a me non piace, artisticamente parlando mi provoca ansia e disagio. pensavo mi potesse invece entusiasmare il suo modus vivendi, ma dopo neanche metà libro son passata dal sorridere per i suoi deliri di onnipotenza alla noia più sonnolenta e piatta. la casa editrice è una delle mie preferite, la carta anche e, a parte l’amore conclamato per gala, questa è la cosa che mi è piaciuta di più. non è nemmeno uno di quei libri da far carne macinata per citazionisti. farà bella mostra di sé nella sezione parisienne della mia libreria.

gli aspetti irrilevanti di paolo sorrentino

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gennaio è stato mese di letture italiote. adesso, a un mese di distanza, all’inizio di febbraio, in un sabato pomeriggio di pioggia dove ho tentato di uscire per correr i miei 6 km lenti come da tabella senza il risultato sperato, ho quindi tentato di riprendere in mano i giudizi per le pagelle.. con risultati ancora peggiori, riprendo in mano le pagine dei libri letti e mi stupisco di nuovo del talento di sorrentino: hanno tutti ragione è uno dei dieci libri che mi porterei sull’isola deserta. in questo libro ogni foto fa partire un racconto che potrebbe esser romanzo che potrebbe esser un film da premio oscar. dei ritratti perfetti e così veri da metter i brividi, in ogni senso possibile. mi ha fatto sospendere il giudizio negativo che ho sempre verso la forma del racconto che non è mai, mai stata fra i miei preferiti. [in corsivo è sorrentino che è il miglior pubblicitario di se stesso], non date retta a me, leggete un antipasto di lui. e poi abbuffatevi.

la mia preferita, da far leggere a ogni fanciulla al compimento dei 18 anni. cervello e fottersene alla grande. enza condè 87 anni a settembre, 3 lauree. medicina, biologia e chimica. scienziata. in tema di seduzione ha due segreti.
uno. mai ingobbirsi, schiena inarcata, petto in fuori, anche quando c’è da affrontare un brodino bollente.
due: se non sapete accavallare le gambe, statevene a casa. l’uomo resiste a tutto, ma non a una donna scosciata. in seguito ne aggiunse un terzo: gli uomini amano solo tre tipi di donne: le pigre, le indolenti, le svampite.

sui gioielli ha imperativi categorici. il primo riguarda le perle. quintessenza di vaneggiamenti borghesi, sostiene, le perle garantiscono una costante corsia preferenziale verso la seduzione. 

elsina marone vive a montecarlo, miliardaria, di fiammate che si accendono e si spengono secondo le direzioni del vento della mente. come sovente accade ai ricchi con le mani in mano.

le delusioni di ada bacco: l’eterno equivoco dei maschi, un lunghissimo, inesorabile complesso di sopravvalutazione.
il fatto, dice lei, è che la ragione e l’esperienza sono schermi resistenti che opacizzano l’ampiezza e la forza delle emozioni infantili.
non si scappa dalla propria intelligenza. è una trappola.

il pianoforte e lo strazio infinito e doloroso di peppino valletta, di una tristezza che prende le budella.

il culone della moglie dal latitante salvatore varriale è sempre un dettaglio a concepire la rivoluzione.

valerio affabile: se esco, perdo la mia tranquillità. in carcere non sono libero, ma tranquillo. e io dico che si dà troppa importanza alla libertà e troppo poca alla tranquillità.

donna emma, meriterebbe di finire in una raccolta di poe, un horror di quelli che ti sogni la notte per mesi perché potrebbe accaderti lo stesso. la portiera che nessuno mai vorrebbe avere in condominio. roba che kubrick avrebbe potuto far diventare secondo shining.

paride bussotti  l’albergo è solo apparentemente un luogo di riposo, ma sottotraccia, deve covare l’avventura. tutto, in un hotel, deve emanare il profumo irrimediabile del sorprendente.

le donne, a differenza degli uomini che eccellono solo nella prevedibilità, non sono sedotte dalla bellezza. sono sedotte dalla seduzione. 

sedurre non è un inno al proprio ego, è un atto di generosità per rimettere al mondo le persone.

agli esseri umani interessa covare la sensazione di aver trovato, fosse anche solo per dieci minuti, un compagno col quale avere una simbiosi.

ma su tutto, oltre ai personaggi, le foto, le storie, il ricco e il povero, la cattiveria, l’amore, la delusione, la decadenza, la felicità: quegli incastri di parole che fanno la differenza fra uno che scrive bene e uno che sa stregarti parlandoti e ti porta dove vuole lui, e ti fa quello che vuole lui.

la nostalgia della possibilità