una vita come tante di hanya yanagihara

unavitacometantesono tornata a scrivere perché di capolavori non si scrive mai abbastanza e perché di capolavori non se ne scrivono  e non se ne leggono mai abbastanza.

quando ho incontrato il signor salani l’ho abbracciato stretto e l’ho ringraziato per harry potter. vorrei incontrare gli eredi sellerio e abbracciarli allo stesso modo: per jude, per jb, per malcolm e per willem ma di più per jude: centro di gravità di tutte le più di mille pagine. ho letto che un qualche critico ha dscritto che è raro sperare che un romanzo già così lungo possa durare ancora, per non uscire dalle loro vite aggiungo io. era da anni che non mi capitava di leggere un romanzo di questa potenza: respingente e irresistibile allo stesso modo, violento, romantico, doloroso e dolcissimo.

un capolavoro a 360°. la storia di 4 ragazzi che si incontrano adolescenti e diventano uomini di successo mantenendo i rapporti e variandoli, riducendoli al minimo ma senza mai chiuderli del tutto. per jude si piange, con jude si piange senza riuscire a condividere neanche un minimo di quella sofferenza perché (fortunatamente) non si sa cosa sia. l’intensità di una scrittura scorrevolissima non lascia scampo fino all’ultima pagina.

poi oltre, nei ringraziamenti, ho ancora avuto il bisogno di andare a cercare jude, ma non c’era già più. da un paio di giorni, dopo aver chiuso il libro con le lacrime agli occhi , sto vagando quasi persa con la testa in un appartamento a NY, immenso e lussuoso come il suo: grande e vuoto, con quadri bellissimi alle pareti e con i loro profumi che si mescolano ancora.

rientrerà di prepotenza nella mia top-ten di tutti i tempi e con tutta probabilità sarà uno dei pochi, pochissimi che rileggerò ancora una volta, insieme a la versione di barney e l’insostenibile leggerezza dell’essere.

c’erano tempi nei quali la pressione per conseguire la felicità era quasi opprimente, come se la felicità stessa fosse qualcosa che tutti dovevano e potevano ottenere, e piegarsi a compromessi fosse sempre e comunque una colpa.

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senza coda di marco missiroli

senza codami ha dato la stessa sensazione di una corsa a perdifiato finché non ce n’è più. ti danni l’anima per correre più veloce che puoi e ti fermi solo quando hai finito.
se iniziate la prima pagina abbiate l’accortezza di non aver impegni imprescindibili per le tre ore successive. bimbo e madre subiscono maltrattamenti che, anche se non sono mai detti, si sentono fin troppo bene. il nero contro il bianco, il buono contro il cattivo e il buono che non riesce a svincolarsi e vincere facilmente. amerete nino il giardiniere, il piatto con le fragole e la sua fetta di pane con zucchero e vino. sono molto sensibile quando si parla di bambini, perché mi chiedo sempre quanto grande è quello che noi addetti ai lavori non riusciamo a vedere in termini di sofferenze, ingiustizie e soprusi. quanto evidenti sono i segni che cercano di farci arrivare? quanti super-poteri ci servono per esser certi di aver capito bene la cosa giusta? quanto coraggio? leggete anche questo missiroli e la sua scrittura che lascia emergere, in controluce, quello che non scrive mai con le parole, mi ha dato l’impressione di raccontarci la storia con quello che non usa. sembra circoscrivere mano a mano la storia che non descrive e volutamente lascia al lettore l’incastro dei pezzi, regalando al pensiero di chi ha il libro in mano, la scelta di percorrere una strada che geograficamente indirizza o di svincolarsi da quella più scontata per perdersi altrove. è una scrittura semplice, schietta ed emotivamente dirompente, molto diversa dal suo colto, discusso e applaudito atti osceni in luogo privati (che ho amato e amato e amato e che dovrò rileggere per forza quest’estate).

i buoni sono buoni perché non chiudono le storie, semplicisticamente, come farebbero i cattivi.