una vita come tante di hanya yanagihara

unavitacometantesono tornata a scrivere perché di capolavori non si scrive mai abbastanza e perché di capolavori non se ne scrivono  e non se ne leggono mai abbastanza.

quando ho incontrato il signor salani l’ho abbracciato stretto e l’ho ringraziato per harry potter. vorrei incontrare gli eredi sellerio e abbracciarli allo stesso modo: per jude, per jb, per malcolm e per willem ma di più per jude: centro di gravità di tutte le più di mille pagine. ho letto che un qualche critico ha dscritto che è raro sperare che un romanzo già così lungo possa durare ancora, per non uscire dalle loro vite aggiungo io. era da anni che non mi capitava di leggere un romanzo di questa potenza: respingente e irresistibile allo stesso modo, violento, romantico, doloroso e dolcissimo.

un capolavoro a 360°. la storia di 4 ragazzi che si incontrano adolescenti e diventano uomini di successo mantenendo i rapporti e variandoli, riducendoli al minimo ma senza mai chiuderli del tutto. per jude si piange, con jude si piange senza riuscire a condividere neanche un minimo di quella sofferenza perché (fortunatamente) non si sa cosa sia. l’intensità di una scrittura scorrevolissima non lascia scampo fino all’ultima pagina.

poi oltre, nei ringraziamenti, ho ancora avuto il bisogno di andare a cercare jude, ma non c’era già più. da un paio di giorni, dopo aver chiuso il libro con le lacrime agli occhi , sto vagando quasi persa con la testa in un appartamento a NY, immenso e lussuoso come il suo: grande e vuoto, con quadri bellissimi alle pareti e con i loro profumi che si mescolano ancora.

rientrerà di prepotenza nella mia top-ten di tutti i tempi e con tutta probabilità sarà uno dei pochi, pochissimi che rileggerò ancora una volta, insieme a la versione di barney e l’insostenibile leggerezza dell’essere.

c’erano tempi nei quali la pressione per conseguire la felicità era quasi opprimente, come se la felicità stessa fosse qualcosa che tutti dovevano e potevano ottenere, e piegarsi a compromessi fosse sempre e comunque una colpa.

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il corpo grande di francesca mazzucato -biografia non autorizzata di una modella oversize-

la vostra vita non diventerà più felice, più divertente, più di successo dopo che avrete perso dieci, venti o trenta chili. perché i chili non sono il problema. il vostro modo di pensare lo è. la felicità non c’entra con la dieta. la felicità è trovare quello che amate di voi, veramente, e condividerlo con gli altri, la felicità è un santuario interiore dove voi siete abbastanza così come siete proprio ora.

mazzucato3non è un libro facile. alzino la mano quelle fortunate che non hanno mai avuto problemi legati all’alimentazione o al rapporto con il proprio corpo o dovuti a come percepiscono gli altri il nostro corpo. per quanto mi riguarda li ho sempre avuti, probabilmente sempre li avrò anche se non peso neanche 52 kg su 151 cm. sta tutto nella nostra testa, questo è il segreto di pulcinella, nel come ci vediamo noi. fosse facile, il riflesso nello specchio non è mai oggettivo: passa attraverso il filtro dei nostri occhi che ci dice come vorremo essere e, ghignando, ci urla come mai saremo. seguo francesca su fb da molto, il suo è uno degli account che vado a cercare se non mi si presenta sul wall. la trovo stupenda, profonda, di una sensibilità rara che combacia in diversi punti con la mia indole, tocca corde che fanno muovere una parte di me che però volevo stesse buona, quasi morta, perché mi infastidisce e mi spaventa farci i conti… ma alla fine, sebbene doloroso fin quasi all’atrocità, è sempre una cosa buona. e infatti ho iniziato a legger il grande corpo appena trovato in una bella libreria di la spezia e sospeso subito dopo, perché leggere delle prese in giro subite durante un’adolescenza da dimenticare mi ha scaraventata in anni in cui pesavo 15kg di più e mi chiamavano pallina. tutto quello che adesso si chiama bullismo, una volta era solo simpatia o “lasciali perdere”.  domenica scorsa l’ho ripreso in mano e finito di volata. si cresce, si cerca di metter in ordine cose, ogni tanto ci si obbliga a scendere i gradini scivolosi della nostra cantina segreta o ci si costringe ad uscire nonostante sia una notte di quelle buie senza luna e stelle e paurose. il libro dice questo (a me) e non è la gestione del peso, della fisicità: è l’accettazione di quello che siamo, anche se siamo delle persone di merda (e io so di esserlo alla grande tante ma tante volte), è il guardarsi fisse negli occhi allo specchio e dirsi che si va bene lo stesso perché si va bene a noi. ma come l’ha detto francesca è meglio. ha detto anche di prendere la mira e andare dritte al centro di quello che si vuole, rimboccarsi le maniche e prendere al volo l’eventuale botta di culo che passa a tiro, perché il più delle volte siamo così sicure di non esser abbastanza, di non piacere, di non valere da non accorgerci neanche di quelli che ci dicono il contrario, da quelli che ti vogliono in senso positivo e appagante.

la postfazione di elisa manici merita l’attenzione e la cura nel leggere, che è stata destinata al corpo grande.

[…] il rifiuto del cibo, la perdita di peso, la capacità di sopportare il dolore e l’esaurimento fisico sono divenuti le metafore culturali dell’autodeterminazione e della fermezza morale

elisa manici

il filo del rasoio di w. somerset maugham

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faccio la segretaria da vent’anni, caro signore, e la mia regola è sempre stata quella di credere tutte le persone che m’impiegano, pure come la neve appena caduta. ammetterò che quando una delle mie signore scoprì che aspettava un bambino da tre mesi, mentre il signore era a caccia di leoni da sei, la mia fede fu messa a dura prova. ma la signora fece un viaggetto a parigi, un viaggio molto costoso, le dirò, e tutto tornò a posto. la signora e io fummo molto sollevate.

qualcuno mi ha fatto ricordare che il filo del rasoio l’aveva consigliato libero marsell l’anno scorso attraversando il marais e le pagine di atti osceni in luogo privato. se conoscete libero marsell sapete di che cosa si parla, altrimenti avete l’estate per preparare l’esame di riparazione a settembre, è uno degli obbligatori contemporanei. atti osceni in luogo privato è obbligatorio contemporaneo che vi regala lista di quello che è indispensabile leggere/vedere e vi fa cadere fra le braccia dell’infinito somerset maugham.

il filo del rasoio è stato scritto nel 1944. l’ho letto d’un fiato, al sole, in costume a righe, con un cappellone extra large a righe, occhiali neri e barche a vela che partivano oltre il profilo delle mie lenti scure, perché l’indomani la bora sarebbe andata a 50 nodi. e con vento a 50 nodi e mare a seguire, si muove solo quello che vogliono loro due.finito questo ho iniziato, tre minuti dopo, acque morte, con la speranza di non subire nessuna interruzione per stile, clima, percezioni e brividi.

isabel (fanciulla americana di belle speranze) e larry (aviere sopravvissuto alla prima guerra mondiale) son sposi promessi. somerset maugham racconta la loro storia da spettatore. due anime nelle pagine: una è larry, indimenticabile per profondità e incertezze; l’altra è eliott (zio di isabel) dandy, frivolo, fedele a se stesso fino all’ultimo sospiro, deus ex machina. intorno una galleria perfetta di uomini e donne che alternano profondità e leggerezza, passioni e patemi, miserie e apparenze, sarcasmo e verità. dall’america -dopo il 1929- parigi si fa più presente, ma è una tappa per andare in india o sulla riviera francese e poi tornare a bere cocktail al ritz. non vi dico altro ma, fidatevi, è strepitoso.

– senza dubbio è più facile sopportare la rovina in un appartamento lussuoso, in un quartiere elegante, con un maggiordomo in gamba e una cuoca eccellente, tutto gratis,e quando, per giunta, ci si può coprire le ossa spolpate con un abito… chanel, mi pare?
– lanvin, – mi corresse ridendo isabel.

il demone della frivolezza di giuseppe scaraffia

44498-il-demone-della-frivolezzal’ultima corsa che ho fatto è del 16 giugno. una tendinite assassina mi ha letteralmente immobilizzata. solo chi corre (indipendentemente dall’esser campione o pigra che si mette le scarpette ed è felice come la sottoscritta) sa cosa vuol dire esser costretto a non correre per non continuare a farsi male. in attesa del rientro in pista, che sarà tanto faticoso quanto consapevole, ho ritrovato il piacere di divorare un libro al giorno. piacere perso durante un inverno particolarmente solitario e affaticante.

altro sellerio. questo fa il paio con i piaceri dei grandi. son gemelli: di quelli che i genitori mandano fuori vestiti uguali ma che uguali non sono, certo hanno affinità e somiglianze, ma non son uguali.  mi son sempre piaciuti gli elenchi e anche questo demone, come i piaceri dei grandi, è un elenco alfabetico che infilza il superfluo (nodo immenso e fulcro di ogni pagina) in tutte le sue inutili declinazioni: da anello a vestaglia, passando per new york e venezia, inciampando sulla fellatio (anche proust!) in più di 200 pagine accattivanti, irresistibili e colte (al di là della mia portata… alcune pagine mi hanno fatta precipitare nell’abisso della mia ignoranza). futilità condivise dai grandi nomi della letteratura, arte, storia e politica che mi hanno fatta girare in spazi-tempi divertiti e incantati.

il mio tempo non è quello che sto vivendo. son un riflesso sbiadito, senza entusiasmi e con poco colore di quello che realmente ero più di 100 anni fa, probabilmente a parigi o giù di lì. lo so, ogni volta dopo una di queste immersioni, sempre di più, per certo.

soli e perduti di eshkol nevo

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ho tanti libri in attesa. tantissimi stranamente iniziati e abbandonati. pochissimi letti. non è da me. ieri mattina mi son svegliata tardissimo e ho iniziato con non entusiasmo questo. il non entusiasmo che ha fatto da sfondo agli ultimi 15 giorni: non son contenta di me, non corro abbastanza, mangio malissimo, non mi vedo, non mi piaccio, mi viene tutto male. tendo a rintanarmi come fanno gli animali quando non stanno bene e questa settimana ho dormito una quantità impossibile di ore. un sonno duro, inviolabile, profondissimo e senza sogni. un sonno di quelli che dovrebbero riparare e che invece sembra cementificarmi ancora di più. quello che ho seminato fatica a sbocciare e anche la primavera vera, che so, so per certo esser lì per arrivare, sembra farsi pregare più di ogni anno passato. e non è detto che i semi poi facciano nascere qualcosa. i semi anche muoiono, prima di esser messi a dimora. il germoglio resta ipotesi e forse diventa sorpresa.

sabato l’ho passato dentro, immersa, coperta in questo libro che ha fatto ovviamente fatica, visto il periodo, a prendermi ma che ha avuto ragione a  perseverare. nevo già con la simmetria dei desideri mi era piaciuto moltissimo parlando di amici, qui ancora di più perché parla di anime gemelle inseparabili.  il fattore religioso di un israele di cui si sente il deserto, pesante, è molto presente ed è il terreno su cui poggiano i piedi di tutte le coppie protagoniste. si fa il giro del mondo durante la lettura, la diaspora, il ritorno. per ostinati non romantici, contrariati anche dalla remota possibilità che la mezza mela esista davvero. è un libro tenero e violento con tanta ragione e grande sentimento.